Il coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende ricordare oggi don Giuseppe Diana, ucciso a soli 36 anni nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo 1994, per mano della camorra.
Don Giuseppe Diana nacque a Casal di Principe e, all’età di dieci anni, entrò nel seminario vescovile: una scelta incoraggiata dalla famiglia anche con l’intento di offrirgli un futuro lontano dai pericoli della strada. Ordinato sacerdote nel 1984, dedicò la sua vita all’educazione dei giovani e all’impegno sociale. Fu attivamente coinvolto nell’Agesci e nell’Unitalsi, accompagnando spesso i malati in pellegrinaggio a Lourdes. Amava anche lo sport e seguiva con passione la sua squadra del cuore, il Napoli.
Don Diana è ricordato soprattutto per il suo coraggioso impegno civile contro la criminalità organizzata. Si adoperò concretamente per sostenere le persone oppresse dalla camorra, in particolare dal clan dei Casalesi, denunciando con forza le ingiustizie e promuovendo una cultura della legalità.
La mattina del 19 marzo 1994, mentre si preparava a celebrare la messa nella chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, don Giuseppe aveva programmato di incontrare alcuni amici per festeggiare insieme il suo onomastico al termine della funzione. Tuttavia, quella celebrazione non ebbe mai luogo. Alle ore 7:20, un uomo entrò in chiesa, chiese di lui e, una volta trovatolo, gli sparò cinque colpi di pistola, uccidendolo.
Le indagini accertarono che l’omicidio fu ordinato dal boss Nunzio De Falco, detto “’o Lupo”, con l’obiettivo di colpire equilibri interni al clan Schiavone-Bidognetti. Determinante fu la testimonianza di Augusto Di Meo. Il 4 marzo 2004, la Corte di Cassazione condannò all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacente quali coautori dell’omicidio, mentre riconobbe come esecutore materiale Giuseppe Quadrano, condannato a 14 anni di reclusione in quanto collaboratore di giustizia.
Subito dopo la sua morte, furono avviate campagne denigratorie volte a screditarne la figura e a depistare le indagini, con accuse infamanti e prive di fondamento. Tuttavia, con il tempo, la verità e il valore del suo operato sono emersi con chiarezza. La sua testimonianza ha profondamente scosso le coscienze, la sua tomba è divenuta meta di numerosi visitatori e molti beni appartenenti alla camorra sono stati confiscati.
Il Cnddu ritiene fondamentale trasmettere alle studentesse e agli studenti il messaggio che il bene può sopravvivere anche alla morte e che il sacrificio di don Giuseppe Diana rappresenta un esempio concreto di coraggio e di impegno civile.
"In questa prospettiva - scrive Giovanna De Lucia Lumeno - si intende promuovere una proposta didattica nuova ed esclusiva che si distingua dalle esperienze più diffuse anche nel web e nei percorsi dedicati alle altre vittime delle mafie, spesso incentrati su momenti commemorativi, testimonianze o attività di ricerca storica. L’idea è quella di trasformare la memoria in un laboratorio vivo e dinamico, in cui gli studenti siano chiamati non solo a conoscere e ricordare, ma a “prendere posizione” in prima persona, attraversando in modo consapevole i dilemmi morali e civili che hanno segnato le scelte di figure come don Diana.
Attraverso una narrazione partecipata e progressiva, gli studenti verranno coinvolti in un percorso in cui la storia non è mai definitiva, ma si apre a scenari alternativi che richiedono decisioni, assunzione di responsabilità e capacità critica. In tal modo, rispetto alle pratiche più tradizionali, si supera la dimensione passiva della memoria per approdare a una forma di apprendimento trasformativo, capace di incidere sul presente e orientare il futuro.
La figura di don Giuseppe Diana, così come quella di altre vittime innocenti, non verrà solo ricordata, ma diventerà un riferimento vivo attraverso cui educare a una cittadinanza attiva, consapevole e responsabile".
