Non è solo un’inchiesta giudiziaria, è lo squarcio su un velo che copriva quello che gli inquirenti definiscono ormai il "Sistema Caserta". All'indomani della richiesta di arresto per Giovanni Zannini, il re delle preferenze in Campania, la città e i palazzi del potere regionale si interrogano sulla tenuta di un modello politico basato sul consenso bulgaro e sulla gestione capillare del territorio.
Lo yacht e il "metodo Mondragone"
Mentre si attende l’interrogatorio del 4 febbraio, i dettagli dell'ordinanza tratteggiano un quadro di spregiudicatezza amministrativa. Al centro del patto corruttivo con gli imprenditori Griffo non ci sarebbero stati passaggi di denaro contante, ma un benefit di lusso: una crociera su uno yacht da 7.300 euro a Capri.
Secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere, quello era il "prezzo" per l'intervento a gamba tesa di Zannini negli uffici regionali. L'obiettivo? Sbloccare i permessi ambientali per un mega-caseificio a Cancello ed Arnone, realizzato – secondo l'accusa – in un'area diversa da quella autorizzata per ottenere 4 milioni di fondi Invitalia.
Pizzini e telefoni spenti: l’ombra della concussione
L'aspetto più inquietante dell'indagine riguarda però il controllo sulla sanità pubblica. Il "metodo Zannini" si sarebbe manifestato con tutta la sua forza nelle pressioni esercitate sull’ex direttore sanitario dell’Asl di Caserta, Vincenzo Iodice. I magistrati descrivono un clima di intimidazione quasi d'altri tempi: incontri carbonari, colloqui fissati rigorosamente all'aperto o in luoghi neutri, telefoni offline con l'obbligo di lasciare i cellulari lontano per evitare le intercettazioni dei Carabinieri. E poi i "pizzini" consegnati a mano con i nomi dei "protetti" da favorire in carriere e nomine sanitarie. Quando Iodice si è opposto a quella che appariva come una gestione clientelare del personale, sarebbe scattata la ritorsione: pressioni tali da portarlo alle dimissioni forzate nel settembre 2023.
Il recordman dalle tre casacche
L'inchiesta scuote la politica campana anche per il peso specifico dell'indagato. Zannini è passato in pochi anni dai 2.600 voti del 2015 ai 32.000 dell'ultima tornata, transitando dal centrosinistra deluchiano al centrodestra di Forza Italia senza mai perdere un solo voto, anzi moltiplicandoli.
"Non è un cambio di casacca, è un terremoto", diceva lui stesso durante l'inaugurazione della sede azzurra a Caserta davanti ai vertici nazionali del partito. Oggi quel terremoto rischia di travolgere decine di amministratori locali che vedevano in lui l'unico ponte verso i fondi e le delibere regionali.
L'inchiesta coordinata dal Procuratore Pierpaolo Bruni non si limita a contestare singoli episodi, ma delinea un vero e proprio ecosistema di gestione del potere dove il favore politico diventava moneta di scambio per benefit privati e controllo istituzionale.
L'intreccio tra lobby casearia e burocrazia regionale
Il cuore dell'accusa di corruzione risiede nel presunto asservimento della funzione pubblica agli interessi della famiglia Griffo. Non si parla di una semplice mediazione, ma di una vera e propria offensiva burocratica. Zannini, nella sua veste di Presidente della Commissione Ambiente, avrebbe forzato la mano agli uffici regionali con modalità definite "arroganti", pretendendo l'esenzione dalla valutazione di impidenza ambientale (Vinca).
Questa forzatura non era un dettaglio tecnico, ma il grimaldello necessario per non perdere un finanziamento pubblico da milioni di euro. La prova regina, in questo caso, è rappresentata dal noleggio dello yacht "Camilla": una crociera di lusso tra le acque di Capri che gli inquirenti leggono come la remunerazione per i "servizi" resi. Il tentativo del consigliere di restituire la somma solo dopo aver fiutato l'odore dell'indagine viene interpretato dalla Procura non come un ravvedimento, ma come una conferma della consapevolezza dell'illecito.
Il controllo della Sanità e la "tecnica del silenzio"
Ancora più radicato appare il pilastro della concussione legata all'Asl di Caserta. Qui le prove nel mirino non sono solo documentali, ma testimoniali e ambientali. La Procura contesta a Zannini un metodo di pressione sistematica nei confronti del direttore sanitario Enzo Iodice, reo di non aver assecondato le pretese clientelari sulle nomine.
L'aspetto investigativo più rilevante è la ricostruzione della "tecnica del silenzio" adottata dal politico: l'uso dei pizzini e la pretesa di incontri privi di dispositivi elettronici non sono solo dettagli di cronaca, ma costituiscono per i magistrati la prova della natura illecita delle richieste. Secondo l'accusa, chi agisce nel perimetro della legalità non ha bisogno di nascondersi dai microfoni o di affidare i nomi dei propri protetti a foglietti volanti. Questo schema avrebbe portato all'estromissione di Iodice, reo di aver cercato di preservare l'autonomia gestionale dell'azienda sanitaria dalle mire del "recordman" di preferenze.
Il "pericolo di inquinamento" e la Legge Nordio
Infine, l'indagine punta i riflettori sulla capacità di Zannini di influenzare il territorio. La richiesta di arresto si fonda sulla tesi che il consigliere possa ancora inquinare il quadro probatorio, data la sua ramificata rete di contatti che conta oltre 130 amministratori locali.
Le intercettazioni in cui Zannini commentava gli "inghippi" da sbloccare sono oggi al vaglio del GIP, che dovrà valutare se queste espressioni siano parte di una legittima attività di rappresentanza territoriale o, come sostiene la Procura, la prova di un esercizio deviato del potere legislativo. L'interrogatorio preventivo del 4 febbraio sarà dunque il momento della verità: il confronto tra le prove raccolte dai Carabinieri di Aversa e la strategia difensiva di chi ha fatto del legame con il territorio la propria corazza politica.
