Il presidente della Repubblica rende omaggio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della scorta. Meloni ricorda la strage che la spinse verso l’impegno politicLa strage di via D’Amelio rappresentò il punto più alto di un progetto criminale che voleva colpire le istituzioni democratiche e piegare la libertà degli italiani. Trentaquattro anni dopo l’attentato del 19 luglio 1992, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, indicando nel sacrificio delle vittime uno dei passaggi decisivi della riscossa civile contro la mafia.
Nel messaggio diffuso in occasione dell’anniversario, il capo dello Stato sottolinea come l’eccidio avvenne appena 57 giorni dopo la strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Due attentati che sconvolsero il Paese e provarono a minare la fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di reagire a Cosa nostra.
«Quel disegno eversivo è stato sconfitto», afferma Mattarella, ricordando che la Repubblica ha saputo catturare e condannare esecutori e mandanti. Una risposta resa possibile dall’impegno delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine e di una società civile che, proprio dopo le stragi del 1992, trovò nuove energie per ribellarsi al dominio mafioso.
Il ricordo delle vittime
Accanto a Paolo Borsellino, nell’esplosione dell’autobomba parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato morirono cinque agenti della Polizia di Stato: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Il presidente della Repubblica ha rinnovato la solidarietà e la vicinanza ai loro familiari e a quelli di tutte le vittime della violenza mafiosa. Nel suo messaggio, i nomi degli agenti vengono consegnati ancora una volta alla memoria collettiva come quelli di servitori dello Stato caduti mentre proteggevano un magistrato consapevole del pericolo e deciso a non arretrare.
La commemorazione non riguarda soltanto il dolore per le vite spezzate. Per Mattarella, ricordare significa riconoscere il ruolo di quanti hanno difeso la comunità nazionale dal «cancro mafioso» e hanno contribuito a rendere la Repubblica più forte delle organizzazioni criminali.
L’eredità di Falcone e Borsellino
Nel messaggio del Quirinale, Falcone e Borsellino vengono definiti «simboli della riscossa civile del Paese». Il loro lavoro modificò profondamente il modo in cui lo Stato affrontava la mafia, permettendo di ricostruirne la struttura unitaria, i rapporti interni e le responsabilità dei vertici.
Con il pool antimafia di Palermo, i due magistrati contribuirono alla preparazione del maxiprocesso, dimostrando che Cosa nostra poteva essere indagata e giudicata come un’organizzazione complessa e gerarchica, non come una successione di delitti isolati.
La loro eredità non si esaurisce però nelle inchieste e nelle sentenze. Mattarella richiama anche il valore educativo del loro impegno, la capacità di parlare ai giovani e di diffondere una cultura della legalità costruita a partire dai comportamenti quotidiani, dalla scuola e dal rifiuto dell’indifferenza.
Quella lezione, osserva il capo dello Stato, è ormai parte della coscienza democratica della Repubblica. Un patrimonio che impone di mantenere alta la vigilanza, perché le mafie continuano a trasformarsi, infiltrandosi nell’economia legale, negli appalti pubblici e nei circuiti finanziari.
Meloni: «Quel giorno cambiò la mia vita»
Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato il 19 luglio 1992, legando quella giornata alla propria storia personale. La premier ha raccontato di avere deciso proprio allora di avvicinarsi alla politica, dopo avere visto le immagini della devastazione provocata dall’attentato.
«Ho pensato che non si potesse rimanere indifferenti», ha scritto Meloni, rievocando un luglio caldo e la sensazione che la morte di Borsellino imponesse una scelta di responsabilità. La presidente del Consiglio ha ribadito l’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata e il valore di una memoria capace di tradursi in azione politica e civile.
A Palermo, le iniziative per il trentaquattresimo anniversario coinvolgono istituzioni, magistrati, associazioni e cittadini. Il programma comprende incontri dedicati al diritto alla verità, alla responsabilità della politica e al rapporto fra mafia e territorio, oltre alle tradizionali manifestazioni organizzate in via D’Amelio.
Una memoria ancora viva
La strage del 19 luglio resta anche una vicenda segnata da domande irrisolte, depistaggi giudiziari e dalla scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino portava con sé. La ricerca della piena verità continua ad accompagnare le commemorazioni e le richieste dei familiari delle vittime.
Il messaggio di Mattarella riconduce però quella stagione dentro un percorso più ampio. Le bombe mafiose non riuscirono a spezzare la democrazia. Al contrario, provocarono una reazione istituzionale e popolare che rese più incisivi gli strumenti di contrasto e trasformò Falcone e Borsellino in riferimenti permanenti dell’Italia repubblicana.
Ricordarli, trentaquattro anni dopo, significa dunque misurare la distanza percorsa ma anche riconoscere che la lotta alle mafie non può essere considerata conclusa. La legalità resta una responsabilità quotidiana, affidata alle istituzioni ma anche alle scelte di ciascun cittadino.
