L’ex Ilva resta sospesa tra il fermo dell’area a caldo e la decisione della Cassazione. Un nuovo collegio della Corte d’Appello di Milano ha respinto il ricorso presentato da Ilva e Acciaierie d’Italia, lasciando in vigore il provvedimento che impone di fermare entro il 25 ottobre l’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. La partita giudiziaria decisiva si sposta adesso a Roma, dove il 20 ottobre le Sezioni Unite della Suprema Corte discuteranno i ricorsi contro il provvedimento milanese.
La decisione arrivata a Milano non entra nuovamente nel merito dell’intera controversia, ma affronta la richiesta di sospendere gli effetti del precedente provvedimento in attesa della Cassazione. Il collegio, presieduto da Giuseppe Ondei, presidente della Corte d’Appello, ha ritenuto che nelle prossime due settimane non sussista il rischio di un danno grave e irreparabile agli impianti tale da giustificare la sospensione.
L’altoforno 2 resta in preriscaldo
Un elemento determinante è rappresentato dalle condizioni dell’altoforno 2, l’unico rimasto in funzione prima della sospensione produttiva. Nel corso dell’udienza Acciaierie d’Italia ha spiegato di non averne avviato lo spegnimento definitivo, scegliendo invece il cosiddetto preriscaldo.
Si tratta di una configurazione che mantiene l’impianto in condizioni tali da consentire un eventuale riavvio qualora il quadro giudiziario cambiasse. La soluzione comporta costi aggiuntivi, anche per l'approvvigionamento del gas, ma secondo quanto rappresentato dalla società permette di evitare che l’attesa della pronuncia della Cassazione determini conseguenze tecniche irreversibili.
Proprio questa circostanza ha pesato sulla valutazione dei giudici. La modalità di preriscaldo viene considerata un assetto termico finalizzato a evitare i danni che potrebbero derivare dallo spegnimento totale. La Corte, tuttavia, ha precisato di non poter trasformare questa valutazione in un’autorizzazione alla gestione degli impianti, trattandosi di un profilo distinto rispetto alla richiesta di sospensione sottoposta al collegio.
Resta valido l’ordine di fermare l’area a caldo
Il nuovo pronunciamento lascia quindi intatto il quadro delineato dalla precedente decisione della Corte d’Appello di Milano. L’11 settembre i giudici avevano già respinto la richiesta di rivedere il provvedimento che impone l’interruzione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro il termine stabilito.
Alla base della vicenda c’è il contenzioso promosso da cittadini di Taranto e dal comitato Genitori Tarantini. Il provvedimento giudiziario lega la possibilità di proseguire l’attività alla rimozione delle condizioni considerate pregiudizievoli per la salute, tra cui la presenza di amianto negli impianti e il contenimento delle emissioni di polveri sottili entro condizioni ritenute sicure.
Il nodo centrale resta il bilanciamento tra continuità produttiva e tutela della salute. Nelle precedenti decisioni i giudici milanesi hanno richiamato anche l’articolo 41 della Costituzione, modificato nel 2022, che stabilisce che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi arrecando danno alla salute o all’ambiente. Nel nuovo provvedimento viene nuovamente richiamata la prevalenza della tutela della salute, anche alla luce dell’interpretazione maturata in sede europea.
Il 20 ottobre la partita davanti alla Cassazione
L’appuntamento destinato a cambiare lo scenario è fissato per il 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. L’udienza è stata anticipata proprio per la rilevanza degli interessi coinvolti e per gli effetti del provvedimento sul futuro del più grande polo siderurgico italiano.
I ricorsi di Ilva in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia e Adi Holding articolano complessivamente 25 motivi di impugnazione. Tra le questioni da affrontare c’è anche il nodo della giurisdizione e quindi della competenza dei giudici ordinari milanesi a intervenire sulla vicenda. La Suprema Corte ha disposto una trattazione accelerata considerando il coinvolgimento di diritti fondamentali e la portata della decisione impugnata.
Il calendario è ormai serrato. Il termine indicato per il fermo dell’area a caldo cade pochi giorni dopo l’udienza della Cassazione. La scelta di mantenere l’altoforno 2 in preriscaldo costruisce così una sorta di ponte tecnico fino al pronunciamento della Suprema Corte, evitando nel frattempo uno spegnimento che potrebbe rendere più complessa una successiva ripartenza.
L’incognita occupazionale e il futuro dello stabilimento
Sul fronte sociale gli effetti della crisi sono già visibili. Acciaierie d’Italia ha avviato procedure di cassa integrazione, collegando il ricorso agli ammortizzatori sociali al fermo produttivo e alle conseguenze che lo stop dell’area a caldo produce anche sulle lavorazioni successive e sulle funzioni di supporto.
La vertenza coinvolge inoltre migliaia di addetti dell’indotto. A settembre le imprese avevano sospeso le procedure annunciate per circa 2.500 licenziamenti, mentre il Governo aveva rinviato alcune delle decisioni sulle misure per i lavoratori proprio nell’attesa di un quadro giudiziario più definito.
Per Taranto, dunque, il conto alla rovescia è ripartito. Fino al 20 ottobre gli impianti resteranno in un equilibrio provvisorio. Dopo quella data potrebbe cambiare non soltanto il destino dell’area a caldo, ma l’intero percorso industriale, occupazionale e ambientale dello stabilimento.
