Sei anni di anticipo rispetto al via libera della giustizia. È questo l’intervallo temporale che apre un nuovo e delicato capitolo nel caso Garlasco. Alcuni campioni contenenti il Dna estratto dai reperti dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi sarebbero stati distrutti dal Ris di Parma già nel 2016, mentre l’autorizzazione giudiziaria allo smaltimento sarebbe arrivata soltanto anni dopo.
La circostanza emerge dalle carte acquisite nell’ambito dei nuovi accertamenti condotti dalla Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone. Al centro delle verifiche c’è anche il ruolo del tenente colonnello Alberto Marino, l’ufficiale che nel 2007 si occupò degli accertamenti genetici sul delitto e delle analisi sui pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi.
La distruzione degli estratti di Dna
Gli elementi emersi riguardano gli “eluiti”, cioè le soluzioni liquide contenenti il materiale genetico estratto dalle tracce sottoposte ad analisi. Nel 2007 il Ris aveva messo a verbale che questi materiali sarebbero stati conservati e successivamente messi a disposizione dell’autorità giudiziaria al termine degli accertamenti.
Le nuove verifiche ricostruiscono però uno scenario diverso. Una relazione di servizio del colonnello Matteo Donghi, attuale comandante del Ris di Parma, riferisce di accertamenti svolti per stabilire quando gli estratti genetici fossero stati effettivamente eliminati.
Secondo quanto ricostruito attraverso testimonianze interne e documentazione fotografica, l’ordine di procedere allo smaltimento sarebbe stato impartito da Alberto Marino dopo la sua assunzione del comando della Sezione biologia, avvenuta nel maggio 2016. Alcune immagini mostrerebbero inoltre le operazioni effettuate nel settembre dello stesso anno in vista dello spegnimento di un freezer e le provette raccolte nei sacchi destinati allo smaltimento dei rifiuti speciali.
La Procura di Pavia punta ora a chiarire le ragioni di quella decisione e, soprattutto, se l’ordine sia stato impartito autonomamente oppure nell’ambito di una procedura autorizzata.
Il nodo dell’impronta 33
La vicenda assume particolare rilievo perché tra i materiali di cui si sta cercando di ricostruire la sorte figurano quelli collegati ad alcuni dei reperti tornati centrali nella nuova inchiesta. Tra questi c’è la cosiddetta impronta 33, la traccia palmare individuata su una parete della villetta di Garlasco dove Chiara Poggi venne uccisa il 13 agosto 2007.
Nel corso delle nuove indagini era già emerso che la fialetta originariamente utilizzata per conservare il materiale prelevato dall’intonaco non era stata ritrovata tra i reperti provenienti dal Ris di Parma. Lo stesso Marino, sentito nel 2025, aveva riferito che il materiale ottenuto grattando l’intonaco risultava interamente utilizzato.
Resta però da accertare se tra gli estratti smaltiti nel 2016 ci fosse anche materiale genetico collegato proprio all’impronta 33. È uno dei punti sui quali gli investigatori stanno cercando una risposta documentale certa.
Nel fascicolo rientrano anche i materiali provenienti dalle unghie della vittima, altro elemento sul quale la nuova indagine ha riacceso l’attenzione investigativa e scientifica.
L’autorizzazione arrivata anni dopo
Il problema riguarda anche la cronologia delle decisioni giudiziarie. Soltanto nel 2021, infatti, venne prospettata alle parti la distruzione di una serie di reperti dopo che la condanna definitiva di Alberto Stasi era ormai passata in giudicato.
La difesa dell’ex fidanzato di Chiara Poggi, rappresentata dall’avvocata Giada Bocellari, si oppose e chiese anche la restituzione di alcuni beni sequestrati, comprese le biciclette. Nel gennaio 2022 la Corte d’assise d’appello di Milano accolse parzialmente l’opposizione, disponendo la restituzione delle biciclette.
La scoperta che una parte dei materiali biologici sarebbe stata eliminata già nel 2016 apre quindi un interrogativo che la magistratura dovrà sciogliere: sulla base di quale disposizione vennero smaltiti gli estratti e quale fosse, in quel momento, il loro esatto status giudiziario.
Luongo: massima trasparenza
Sul caso è intervenuto direttamente il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, assicurando collaborazione con la magistratura e fermezza qualora dovessero emergere responsabilità individuali.
Luongo ha difeso il valore scientifico del Ris, sottolineando al tempo stesso che eventuali irregolarità dovranno essere accertate senza reticenze. Il comandante generale ha chiarito che chi dovesse risultare responsabile di errori o condotte illecite sarà chiamato a risponderne nelle sedi competenti.
Una presa di posizione che arriva mentre gli accertamenti della Procura di Pavia si concentrano sempre più sulle modalità con cui furono condotte e documentate alcune analisi scientifiche nell’inchiesta originaria.
Le verifiche sul lavoro del Ris
La questione dei reperti distrutti si aggiunge infatti agli approfondimenti già avviati sulle analisi compiute nel 2007 sui pedali della bicicletta di Stasi. Nei verbali delle recenti audizioni sono tornati al centro dell’attenzione alcuni risultati negativi ottenuti dopo un precedente esito che aveva indicato la presenza del profilo genetico di Chiara Poggi.
Anche su questi passaggi Alberto Marino è stato ascoltato dai magistrati. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire non soltanto gli esiti scientifici, ma anche la loro trasmissione alla magistratura e la documentazione prodotta all’epoca.
Il nuovo capitolo sui campioni distrutti non modifica, di per sé, gli esiti processuali che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Apre però un ulteriore terreno di verifica sul patrimonio probatorio del delitto e sulla possibilità, quasi vent’anni dopo l’omicidio, di sottoporre nuovamente alcuni materiali alle tecniche scientifiche oggi disponibili.
