Portare le pensioni minime a 800 o addirittura mille euro al mese può apparire una misura semplice, immediata e politicamente efficace. Ma dietro una promessa di questo tipo si nasconde una questione molto più profonda: fino a che punto il sistema previdenziale può aumentare gli assegni senza tenere conto dei contributi effettivamente versati?
La discussione è tornata d’attualità mentre il Governo prepara la manovra per il 2027, in un quadro di finanza pubblica già particolarmente stretto. Il Documento programmatico di finanza pubblica prevede infatti un debito destinato a raggiungere il 138,6 per cento del Pil nel 2027, mentre l’adeguamento delle pensioni all’inflazione potrebbe richiedere da solo oltre 10 miliardi di euro.
Il tema, quindi, non è stabilire se chi vive con poco più di 600 euro al mese debba essere aiutato. È capire con quale strumento farlo e soprattutto chi debba sostenere il costo.
Il minimo oggi supera di poco i 600 euro
Nel 2026 il trattamento minimo pensionistico è pari a 611,85 euro al mese. Con la rivalutazione legata all’inflazione, nel 2027 potrebbe salire automaticamente intorno a 630 euro, in assenza di modifiche legislative.
Portarlo a 800 euro significherebbe aggiungere circa 170 euro al mese rispetto a questa soglia teorica. Arrivare a mille euro vorrebbe dire invece aumentare l’assegno di circa 370 euro. Non si tratterebbe più di una semplice rivalutazione, ma di un intervento strutturale di natura redistributiva.
Ed è proprio qui che previdenza e assistenza rischiano di sovrapporsi.
Una pensione contributiva nasce infatti dai versamenti effettuati durante la vita lavorativa. Se lo Stato garantisce invece un importo molto più elevato indipendentemente dalla contribuzione accumulata, la differenza deve essere finanziata dalla fiscalità generale.
Il problema del rapporto tra contributi e assegno
Nel sistema contributivo la pensione dipende dalla carriera lavorativa, dalla retribuzione e dai contributi versati. L’Inps ricorda che la stima dell’assegno futuro varia proprio in funzione dell’età, della storia contributiva e del reddito.
È quindi evidente il problema che nascerebbe se la pensione minima venisse avvicinata troppo rapidamente agli assegni maturati da lavoratori con redditi medio-bassi.
Un dipendente che percepisce per molti anni uno stipendio modesto versa comunque contributi previdenziali su ogni busta paga. Se al termine della carriera dovesse ritrovarsi con una pensione poco superiore a quella riconosciuta a chi ha versato contributi molto inferiori o discontinui, il principio contributivo perderebbe progressivamente forza.
Non significa che chi ha avuto carriere povere debba essere lasciato senza protezione. Significa però che quella protezione dovrebbe essere identificata chiaramente come assistenza sociale e finanziata attraverso la fiscalità, senza alterare il rapporto tra quanto viene versato e quanto viene restituito dal sistema previdenziale.
Il rischio di disincentivare il lavoro regolare
La questione riguarda anche gli incentivi.
Se la distanza tra una pensione costruita con decenni di contribuzione e una prestazione minima finanziata dallo Stato diventa troppo piccola, una parte del valore economico della contribuzione viene percepita come meno evidente.
È un problema particolarmente delicato in un Paese che deve già fare i conti con lavoro sommerso, carriere intermittenti, bassi salari e scarsa partecipazione al mercato del lavoro in alcune fasce della popolazione.
Il sistema dovrebbe invece rendere conveniente lavorare regolarmente, dichiarare i redditi e versare contributi. Ogni intervento che indebolisce questa relazione deve quindi essere valutato non soltanto per il beneficio immediato prodotto sui pensionati, ma anche per gli effetti a lungo termine sul comportamento dei lavoratori.
Il vero nodo sono i giovani
Il tema diventa ancora più rilevante per le nuove generazioni.
I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi anni appartengono in larga parte a un sistema completamente contributivo. Per loro non esiste la garanzia implicita di rendimenti pensionistici generosi indipendenti dai contributi accumulati.
Carriere discontinue, salari bassi e periodi prolungati senza occupazione producono automaticamente pensioni future più basse. È per questo che negli ultimi mesi si è discusso anche di strumenti di previdenza complementare finanziati fin dalla nascita, proprio per compensare la crescente fragilità delle future pensioni.
Destinare risorse consistenti all’aumento generalizzato delle pensioni minime significa quindi compiere una scelta precisa: utilizzare oggi risorse pubbliche a favore delle generazioni già pensionate invece di investirle, per esempio, su salari, occupazione giovanile, previdenza complementare o crescita economica. Non è una scelta neutrale.
Un sistema già sotto pressione
Il sistema pensionistico italiano assorbe una quota enorme della spesa pubblica. Gli ultimi dati disponibili indicano oltre 364 miliardi di euro di prestazioni pensionistiche. A questa cifra si aggiunge il costo della rivalutazione legata all’inflazione. Per il 2027 le prime stime parlano di oltre 10 miliardi aggiuntivi necessari soltanto per adeguare gli assegni alla crescita dei prezzi.
Nello stesso momento il Governo deve trovare risorse per il taglio dell’Irpef, per gli aiuti ai salari, per l’energia, per la difesa e per gli interventi destinati ai giovani. La coperta, quindi, è sempre più corta.
Aumentare strutturalmente le pensioni minime senza individuare coperture permanenti significherebbe aumentare la spesa corrente oppure sottrarre risorse ad altre politiche.
Assistenza e previdenza devono restare distinte
Il punto centrale non è negare un reddito dignitoso agli anziani con pensioni molto basse. Una società deve certamente proteggere chi non dispone delle risorse necessarie per vivere.
Ma una cosa è la tutela contro la povertà, un’altra è il trattamento previdenziale maturato con i contributi.
Confondere i due piani rischia di produrre un sistema nel quale il rapporto tra lavoro, contribuzione e pensione diventa sempre più debole. E quando questo accade, il costo viene inevitabilmente trasferito su chi lavora oggi.
Il problema italiano, dunque, non si risolve promettendo pensioni sempre più alte indipendentemente dai contributi. Si risolve aumentando salari e occupazione, favorendo carriere più continue, allargando la base contributiva e costruendo per i giovani una previdenza capace di reggere anche tra trenta o quarant’anni.
Altrimenti si continuerà a proteggere il presente consumando, un pezzo alla volta, il futuro.
