La critica più seria alla nuova stagione della destra non riguarda soltanto il governo. Riguarda il modo in cui il potere immagina se stesso quando smette di considerarsi provvisorio. Nelle parole di Pier Luigi Bersani, trasformate qui in una lettura politica più ampia, il punto non è se un presidente della Repubblica possa venire da una storia conservatrice. La storia repubblicana ha già conosciuto figure non di sinistra capaci di rappresentare l’intero Paese. Il punto è un altro: il Quirinale non può diventare il premio finale di una maggioranza, né il luogo in cui una parte politica regola il proprio rapporto irrisolto con la Costituzione antifascista.
Il rischio di confondere vittoria e possesso
La destra di Giorgia Meloni governa perché ha vinto le elezioni. Questa è la regola democratica, e nessuno dovrebbe indebolirla. Ma governare non significa possedere le istituzioni di garanzia. Il presidente della Repubblica non è il notaio della maggioranza, né il trofeo simbolico da esibire dopo la conquista di Palazzo Chigi. È il custode di un equilibrio più alto, che precede e supera gli schieramenti.
Per questo la discussione su un capo dello Stato di destra è spesso mal posta. Non esiste un divieto di provenienza politica. Esiste però una condizione sostanziale: chi sale al Colle deve poter indossare la Costituzione non come formula di circostanza, ma come linguaggio interiore. In un Paese nato dalla Resistenza, questa non è una formalità. È la soglia minima della terzietà.
La legge elettorale come leva di sistema
Il nodo della legge elettorale entra qui. La riforma sostenuta dal centrodestra prevede un impianto proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che raggiunga il 42 per cento dei voti: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, entro un tetto complessivo di 220 deputati e 113 senatori per la coalizione vincente. Il testo ha ricevuto il via libera in commissione Affari costituzionali della Camera, mentre il confronto resta aperto anche per le tensioni interne sulle preferenze e sui tempi parlamentari.
La questione non è tecnica. È costituzionale nel senso più politico della parola. Una legge elettorale può garantire governabilità, ma quando viene percepita come strumento per trasformare una minoranza nel Paese in una maggioranza autosufficiente nelle istituzioni, allora smette di essere una regola condivisa e diventa architettura di dominio. Il rischio denunciato da Bersani è precisamente questo: non una semplice convenienza di partito, ma una torsione degli equilibri repubblicani.
Il cittadino ridotto a spettatore
C’è poi il tema della rappresentanza. Le liste bloccate, i candidati poco riconoscibili, il peso crescente delle segreterie e dei vertici di coalizione hanno già impoverito il rapporto tra elettore ed eletto. L’eventuale ritorno delle preferenze potrebbe attenuare il problema, ma non risolverlo da solo. Una democrazia non vive soltanto della sera dello scrutinio. Vive della possibilità per i cittadini di sapere chi scelgono, perché lo scelgono e a chi chiedere conto.
Una legge elettorale costruita soprattutto per blindare il vincitore rischia di produrre un Parlamento più obbediente e meno rappresentativo. E un Parlamento indebolito, quando deve eleggere organi di garanzia o incidere sugli assetti costituzionali, diventa il luogo più fragile della Repubblica.
Vannacci e la destra che si radicalizza
L’ascesa di Roberto Vannacci complica ulteriormente il quadro. I sondaggi delle ultime settimane registrano la crescita di Futuro Nazionale, arrivato a superare o insidiare la Lega in diverse rilevazioni, con un effetto diretto sugli equilibri del centrodestra.
Ma sarebbe un errore leggere Vannacci come corpo estraneo. Il suo linguaggio non nasce fuori dalla destra italiana: ne esaspera parole d’ordine, istinti identitari e pulsioni illiberali. Non è l’alternativa alla destra di governo, ma la sua concorrenza interna. Aggiunge pepe dove già c’era il fuoco. Costringe Meloni e Matteo Salvini a decidere se inseguirlo, neutralizzarlo o assorbirlo. In ogni caso, sposta il campo più a destra.
Per il centrosinistra, la tentazione peggiore sarebbe farne il centro del proprio discorso. La battaglia non può ridursi all’antivannaccismo. Deve riguardare il terreno su cui Vannacci, Salvini e Meloni si incontrano: il rapporto con i diritti, con l’Europa, con la laicità dello Stato, con l’indipendenza della magistratura, con il pluralismo dell’informazione.
La domanda ai liberali
La parte più interessante della riflessione di Bersani non parla solo alla sinistra. Parla ai liberali. Perché la crisi delle democrazie occidentali non riguarda soltanto redistribuzione, lavoro e welfare. Riguarda anche la separazione dei poteri, il rispetto delle garanzie, la cultura scientifica, la libertà personale, la tenuta dello Stato di diritto.
La domanda è scomoda: quanti liberali sono disposti a difendere Montesquieu anche quando la destra promette meno tasse, meno vincoli, meno mediazioni? Il fronte contro l’illiberalismo non può essere soltanto progressista. Deve diventare costituzionale, civile, umanista. Deve parlare a chi non si riconosce nella sinistra, ma non accetta che la democrazia sia ridotta a plebiscito permanente.
Il centrosinistra e il dovere di non bastarsi
L’altra metà del problema è l’alternativa. Pd, M5S e Avs hanno iniziato a muoversi insieme su alcuni dossier, dalla legge elettorale alla Rai, ma l’unità fotografica non basta. Serve un patto riconoscibile, non costruito al ribasso. Un campo largo senza anima diventa solo aritmetica. Un campo largo con un’identità può diventare governo.
L’identità, in questa fase, dovrebbe essere semplice e radicale: no alla guerra come destino naturale della politica, no alle gerarchie tra esseri umani, sì all’economia di mercato ma no alla società di mercato. Tradotto: libertà economica senza abbandono sociale, sicurezza senza crudeltà, accoglienza senza irregolarità, diritti senza propaganda.
La questione sociale e il fronte umanista
Il passaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa ha mostrato quanto il vuoto della politica possa essere occupato da una parola morale. Il Pontefice ha richiamato l’Europa a una responsabilità epocale sui migranti e ha legato le morti in mare non solo alla fatalità, ma anche alle decisioni politiche prese o mancate.
La sinistra non dovrebbe vivere questa voce come supplenza, ma come alleanza possibile dentro un fronte umanista più largo: sinistra egualitaria, liberalismo autentico, sensibilità religiose, mondo del lavoro, imprese responsabili, associazionismo. Sui migranti la linea della deterrenza brutale ha mostrato il suo fallimento. Trattare peggio le persone non ferma le partenze. Produce irregolarità, sfruttamento, paura e cinismo. Una politica seria dovrebbe costruire canali regolari, cooperazione, soccorso, integrazione e sviluppo nei Paesi di origine.
La Costituzione come programma
Il valore dell’intervento di Bersani sta nel riportare la discussione al suo centro: la Costituzione non è un fondale da cerimonia, ma un programma politico minimo per chiunque voglia governare la Repubblica. Vale per la scelta del presidente, per la legge elettorale, per l’informazione pubblica, per i migranti, per il lavoro, per le alleanze.
L’Italia non ha bisogno di un centrosinistra che insegua ogni provocazione della destra. Ha bisogno di un’alternativa che sappia dire chi è, che cosa vuole e con chi intende ricostruire fiducia. Il Colle, in questa prospettiva, non è soltanto una scadenza futura. È il simbolo della domanda decisiva: la Repubblica resta una casa comune o diventa la proprietà temporanea di chi vince?
