Mentre ad Abu Dhabi prendeva il via il secondo round di negoziati trilaterali mediati dagli Stati Uniti, Mosca ha scelto la linea dell’ultimatum. Accettare le condizioni russe o affrontare il proseguimento dell’aggressione militare. Un messaggio arrivato mentre le delegazioni erano già nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, dopo un massiccio attacco alle infrastrutture energetiche ucraine che ha lasciato ampie zone del Paese senza elettricità e riscaldamento, con temperature ben al di sotto dello zero.
La fine della tregua energetica
Le posizioni massimaliste del Cremlino e la fine di fatto della breve e confusa tregua sugli impianti energetici hanno rischiato di oscurare fin dall’inizio ogni prospettiva di progresso diplomatico. «La nostra posizione è ben nota», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, avvertendo che «finché il regime di Kiev non prenderà le decisioni appropriate, l’operazione militare speciale continuerà».
La risposta di Kiev
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato Mosca di non prendere sul serio la diplomazia. Gli attacchi al sistema energetico, ha affermato, dimostrano che la Russia continua a puntare sulla guerra e sulla distruzione dell’Ucraina. Zelensky ha aggiunto che il lavoro della delegazione ucraina si adatterà a questo scenario, senza però entrare nei dettagli.
Le parole di Washington
Da Washington è arrivato un messaggio più sfumato. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lodato Vladimir Putin per aver rispettato la promessa di una settimana di stop ai bombardamenti sulle infrastrutture energetiche, pur ammettendo che avrebbe voluto una proroga del cessate il fuoco. Un giudizio che ha alimentato perplessità a Kiev e tra gli alleati europei.
Le delegazioni a confronto
Le delegazioni presenti ad Abu Dhabi ricalcano quelle del primo round di fine gennaio. Gli ucraini sono guidati dal segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Rustem Umerov, i russi dal capo dell’intelligence militare Igor Kostyukov. Tra i due tavoli siedono i mediatori americani, con in prima fila l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner. Un formato che, finora, non è riuscito a colmare le distanze.
Il nodo del Donbass
Al centro dei colloqui resta il destino del Donbass. Mosca chiede il ritiro completo delle truppe ucraine dall’area e il riconoscimento internazionale dei territori occupati. Kiev propone invece di congelare il conflitto lungo l’attuale linea del fronte, respingendo ogni ritiro unilaterale che equivarrebbe a una resa. L’Ucraina si dice pronta a compromessi, ma solo in cambio di solide garanzie di sicurezza occidentali che impediscano una nuova invasione.
Le analisi e i limiti della diplomazia
Secondo il think tank RPolitik, presumere che un ritiro ucraino dal Donbass possa chiudere la guerra è illusorio. Per Mosca, aprirebbe piuttosto la strada a un negoziato più ampio sull’orientamento politico dell’Ucraina e sulla revisione dell’architettura di sicurezza europea. Garanzie con diritto di veto russo, nessuna presenza Nato sul territorio ucraino e riduzione dell’esercito di Kiev restano punti fermi incompatibili con gli interessi di Kiev e dell’Europa. Sullo sfondo, due certezze che pesano come macigni: gli Stati Uniti non rischieranno una guerra diretta con la Russia per l’Ucraina e l’Europa difficilmente agirà senza Washington.
