Otto anni di carcere a Maja T., sette a Gabriele Marchesi, due ad Anna M. Il tribunale di Budapest ha pronunciato il verdetto in appena mezz’ora, chiudendo un processo che per la difesa e per i familiari degli imputati aveva un esito segnato. A due mesi dalle elezioni politiche più delicate per il lungo governo di Viktor Orbán, la condanna dei tre attivisti di sinistra è stata letta come un segnale politico, l’ennesimo esempio di quello che in Ungheria viene ormai definito uno “schauprozess”.
Le accuse e la “Giornata dell’onore”
Maja T., cittadina tedesca di 24 anni, è stata ritenuta colpevole di aver partecipato alle aggressioni contro militanti neonazisti avvenute nel 2023 a margine della cosiddetta “Giornata dell’onore”, il raduno annuale dell’estrema destra europea che a Budapest celebra la resistenza delle truppe naziste all’Armata Rossa nel 1945. Secondo l’accusa, gli imputati sarebbero membri di un’organizzazione criminale. La difesa ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete della presenza di Maja T. sulla scena degli scontri.
La protesta del padre
Il padre dell’attivista, Wolfram Jarosch, ha parlato apertamente di processo politico. A suo giudizio, l’autocrazia ungherese avrebbe bisogno di nemici simbolici per rafforzare il consenso interno. Jarosch ha ricordato che le indagini tedesche non avrebbero individuato elementi a carico della figlia e che l’accusa aveva chiesto una pena di ventiquattro anni senza portare riscontri decisivi in aula.
Le parole del governo
A rafforzare la lettura politica della sentenza sono arrivate le dichiarazioni di Zoltán Kovács, portavoce del governo di Orbán, che ha definito Maja T. “complice” di Ilaria Salis, collegando direttamente i due casi. Un parallelo che per l’opposizione e per gli osservatori internazionali serve a consolidare la narrazione ufficiale contro i movimenti antifascisti, equiparati in Ungheria a organizzazioni terroristiche.
La detenzione e il nodo dell’estradizione
La posizione di Maja T. è resa ancora più delicata dalle condizioni di detenzione. Alla fine del 2024 l’attivista era stata estradata dalla Germania, decisione poi giudicata illegittima dalla Corte costituzionale di Karlsruhe, che aveva contestato la mancata valutazione delle condizioni carcerarie ungheresi, ritenute inadeguate soprattutto per una persona non binaria. Una valutazione che, secondo i sostenitori della giovane, trova oggi conferma nei mesi trascorsi in carcere.
Tensioni davanti al tribunale
La mattina della sentenza, davanti al palazzo di giustizia, si sono registrate tensioni per la presenza di militanti neonazisti che inneggiavano alla “Giornata dell’onore”. Un clima definito intimidatorio dagli osservatori e dagli amici degli imputati, che parlano di controlli di polizia selettivi e di un ambiente ostile dentro e fuori l’aula.
L’ombra della campagna elettorale
Sul caso pesa anche la fase politica che attraversa l’Ungheria. Orbán, per la prima volta in sedici anni, appare vulnerabile nei sondaggi, tallonato dal suo principale sfidante Péter Magyar. In questo scenario, la durezza contro l’“antifascismo” diventa uno strumento di mobilitazione identitaria, mentre le condanne di Budapest continuano a sollevare interrogativi sullo stato di diritto nel Paese.
