I conti della guerra. Il rialzo del petrolio provocato dalla crisi in Iran dà ossigeno a Mosca, ma non risolve il problema di fondo: la guerra in Ucraina continua a divorare risorse a ritmi sempre più pesanti. Secondo ricostruzioni pubblicate negli ultimi giorni, il conflitto costa alla Russia oltre 500 milioni di dollari al giorno e ha già assorbito, in più di quattro anni, centinaia di miliardi. In questo quadro, Vladimir Putin avrebbe chiesto ai grandi imprenditori russi di contribuire con donazioni volontarie al bilancio federale. Il Cremlino ha negato una richiesta formale del presidente, sostenendo che l’iniziativa sarebbe partita dagli stessi uomini d’affari. La sostanza, però, cambia poco: il sistema ha bisogno di nuova liquidità.
Il tesoro del petrolio non basta
Per il presidente russo la guerra in Medio Oriente rappresenta un vantaggio immediato. L’aumento dei prezzi dell’energia ha migliorato le entrate di Mosca e alleggerito, almeno nel breve periodo, la pressione sui conti pubblici. Ma il beneficio potrebbe essere temporaneo. Il bilancio russo resta esposto alla volatilità del greggio, alla svalutazione del rublo e alla crescita della spesa militare. Per il 2026 la Russia ha previsto un impegno enorme per la difesa, segno che lo sforzo bellico continua ad avere la priorità assoluta su ogni altra voce.
La pressione sui paperoni
Non è la prima volta che il potere russo cerca risorse nel mondo degli affari. Negli ultimi anni sono arrivati aumenti fiscali, prelievi straordinari sugli extraprofitti e nuove ipotesi di tassazione. Stavolta, però, il passaggio appare più diretto e politicamente più significativo. Secondo le ricostruzioni emerse, almeno alcuni oligarchi si sarebbero detti pronti a contribuire. Tra i nomi circolati c’è quello di Suleiman Kerimov, mentre anche Oleg Deripaska sarebbe stato indicato tra gli imprenditori disponibili a sostenere lo sforzo finanziario del Cremlino.
Una forza solo apparente
L’immagine di uno zar rafforzato dai nuovi prezzi dell’energia convive con una realtà meno solida. Il sistema economico russo regge, ma sempre più grazie a misure straordinarie, a entrate legate alle materie prime e a una continua riallocazione delle risorse verso la guerra. Per Putin, il vantaggio ottenuto dalla crisi iraniana può rallentare l’emergenza, non cancellarla. Ed è proprio per questo che il Cremlino torna a bussare alla porta dei suoi miliardari: perché anche un potere che vuole apparire invulnerabile, quando la guerra si allunga, deve fare i conti con il denaro.
