L’ingresso degli Houthi nella guerra apre una fase ancora più pericolosa della crisi mediorientale. Nelle ultime ore la milizia yemenita sostenuta da Teheran ha lanciato missili verso Israele, poi intercettati, segnando il primo coinvolgimento diretto dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. È un passaggio che amplia il fronte bellico e aumenta la pressione non solo su Tel Aviv, ma sull’intero sistema dei traffici energetici mondiali. Il punto decisivo non è soltanto militare. Se l’Iran continua a minacciare o ostacolare i flussi nello Stretto di Hormuz, gli Houthi possono diventare l’altro braccio della stessa strategia colpendo il Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso. È qui che i mercati vedono il rischio del “doppio soffocamento”: due snodi marittimi vitali esposti contemporaneamente alla guerra asimmetrica dell’asse filo-iraniano.
Il nodo delle rotte energetiche
Il Bab el-Mandeb è un passaggio essenziale per il commercio globale e per le catene logistiche tra Asia, Medio Oriente ed Europa. L’Associated Press ricorda che da quell’area passa circa il 12 per cento del traffico marittimo mondiale, mentre già dal 2023 gli attacchi degli Houthi avevano ridotto in modo drastico la navigazione nel Mar Rosso. Una nuova offensiva contro le navi o contro i porti della sponda araba aggraverebbe un quadro già compromesso. In parallelo, Riad sta usando a pieno regime l’oleodotto Est-Ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso, proprio per aggirare la vulnerabilità di Hormuz. Secondo Reuters, la piena operatività di questa infrastruttura è oggi uno dei pochi strumenti con cui l’Arabia Saudita tenta di mantenere aperta una via alternativa per il suo greggio. Se anche quel corridoio finisse sotto minaccia, il contraccolpo sui prezzi sarebbe immediato.
Mercati in allarme
Il timore dei trader è già visibile. Domenica 29 marzo il Brent è salito fino a 112,57 dollari al barile, secondo Reuters, proprio per l’effetto combinato degli attacchi Houthi, delle tensioni su Hormuz e del rafforzamento militare americano nella regione. Goldman Sachs ha alzato la stima media del Brent per il 2026 a 85 dollari, indicando però uno scenario di rischio in cui il prezzo potrebbe toccare quota 135 in caso di perdite prolungate di offerta e interruzioni dei flussi. È questo il punto che rende la crisi diversa da molte altre. Non si parla solo di una guerra regionale, ma di un possibile shock simultaneo su petrolio, gas, fertilizzanti, assicurazioni marittime e costi dei trasporti. Il Golfo continua a mostrare una facciata di normalità, ma i mercati stanno già incorporando l’idea che la prossima escalation possa arrivare dal mare.
Washington prepara rinforzi
Sul piano militare, gli Stati Uniti stanno aumentando la propria presenza. Secondo Reuters, il Pentagono valuta operazioni terrestri in Iran che potrebbero durare settimane, mentre sono già arrivati rinforzi e ulteriori reparti sono in preparazione. Altri report indicano che la Casa Bianca non ha ancora preso una decisione definitiva, ma le opzioni sul tavolo si stanno allargando. Nello stesso tempo, l’AP riferisce che i più recenti attacchi iraniani contro la base saudita di Prince Sultan hanno ferito soldati americani, confermando che la guerra non è più confinata a uno scontro indiretto. È un conflitto che ormai tocca Israele, Iran, Arabia Saudita, Yemen e le installazioni statunitensi disseminate nella regione.
L’incognita decisiva
Finora gli Houthi sembrano voler concentrare i loro attacchi su Israele, evitando per il momento una rottura frontale con Arabia Saudita e Emirati. Ma il semplice fatto che la chiusura del Bab el-Mandeb venga evocata come opzione cambia il quadro strategico. Da oggi, più ancora delle dichiarazioni politiche, conterà il rischio percepito di un blocco reale delle rotte. Se il conflitto continuerà a salire di intensità, il Medio Oriente non sarà più soltanto il teatro di una guerra tra vecchi nemici. Diventerà il punto in cui si decide il prezzo dell’energia, la tenuta dei commerci e il ritmo stesso dell’economia mondiale.
