Hormuz, l’Aie: «A rischio il gas per cucinare di 3,4 miliardi di persone»

La chiusura dello stretto minaccia le forniture globali di gpl

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L’Agenzia internazionale per l’energia lancia l’allarme sugli effetti della crisi tra Iran e Usa: Asia e Africa le aree più esposte all’emergenza combustibili

La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz rischia di trasformare la crisi tra Iran e Stati Uniti in una vera emergenza umanitaria globale. A lanciare l’allarme è l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), secondo cui circa 3,4 miliardi di persone potrebbero subire gravi difficoltà nell’accesso al gpl, il gas utilizzato quotidianamente per cucinare.

Nel focus diffuso dall’Agenzia emerge come il conflitto in Medio Oriente abbia già provocato “una crisi energetica globale di portata senza precedenti”, con effetti superiori perfino agli shock petroliferi degli anni Settanta. Al centro delle preoccupazioni c’è il collasso dei flussi energetici che attraversano Hormuz, passaggio strategico per petrolio e gas liquefatto diretti soprattutto verso l’Asia.

Crollano i flussi di gpl

Nel 2025 circa il 30% delle esportazioni mondiali di gpl trasportato via mare transitava attraverso lo stretto. Ma nel marzo 2026, con il precipitare della crisi, i volumi esportati sono diminuiti dell’80%, passando da 1,5 milioni a 300mila barili al giorno.

Secondo l’Aie quasi tutto il gpl esportato dal Medio Oriente era destinato ai mercati asiatici. Una quota enorme serviva direttamente alla preparazione dei pasti domestici, ai ristoranti e ai piccoli esercizi commerciali.

L’Asia in via di sviluppo è l’area più esposta: circa 2,4 miliardi di persone utilizzano il gpl come principale combustibile per cucinare. In particolare India e Indonesia hanno costruito negli ultimi anni vaste campagne energetiche per sostituire legna, carbone e cherosene con sistemi di cottura più puliti.

Oggi l’80% delle famiglie indiane e il 90% di quelle indonesiane dipendono dal gpl. Ma entrambi i Paesi restano fortemente legati alle importazioni dal Golfo.

India sotto pressione

L’India è uno dei Paesi più colpiti dalla crisi. Nei primi due mesi del conflitto le importazioni di gpl sono diminuite di oltre la metà, con una perdita di circa 430mila barili al giorno.

Il governo di Nuova Delhi ha reagito ordinando alle raffinerie nazionali di aumentare al massimo la produzione interna. Intanto i media locali raccontano di spostamenti di popolazione dalle grandi città verso aree rurali, dove molte famiglie cercano alternative tradizionali come legna e carbone.

L’Aie sottolinea che il ritorno a combustibili più inquinanti potrebbe avere conseguenze pesanti anche sulla salute pubblica, soprattutto per donne e bambini.

Prezzi alle stelle in Africa

La crisi si sta facendo sentire anche in Africa, dove il costo del gpl è aumentato rapidamente. A marzo i prezzi delle importazioni sono cresciuti fino al 90% rispetto alla media del 2025 in India e Africa orientale, mentre in Africa occidentale l’incremento ha raggiunto il 70%.

Secondo le stime dell’Agenzia il 45% delle persone che utilizzano gpl nell’Africa subsahariana spende ora almeno un punto percentuale in più del proprio reddito solo per cucinare.

L’Aie avverte che la crisi rischia di cancellare anni di progressi nell’accesso all’energia pulita nei Paesi emergenti, aggravando povertà energetica, inflazione e instabilità sociale.