Tre anni dopo, il 7 ottobre 2023 continua a essere il giorno attorno al quale ruota la politica israeliana. L’attacco guidato da Hamas, costato la vita a circa 1.200 persone e accompagnato dal rapimento di 251 ostaggi, non è soltanto una ferita nazionale ancora aperta. È diventato anche uno dei principali terreni di confronto della campagna elettorale che porterà Israele alle urne il prossimo 27 ottobre.
Per il primo ministro Benjamin Netanyahu, che punta a un nuovo mandato, il nodo è particolarmente delicato. Per anni la sua leadership è stata costruita sull’immagine del garante della sicurezza nazionale. Ma proprio il più grave fallimento della sicurezza israeliana degli ultimi decenni è avvenuto mentre era alla guida del governo. La sua strategia elettorale cerca ora di spostare il giudizio sull’intero triennio successivo, dalle guerre a Gaza, Libano e Iran fino alla capacità di presentarsi ancora come il leader più adatto a fronteggiare le minacce regionali.
Il peso delle responsabilità
Il tema delle responsabilità politiche e istituzionali sul 7 ottobre è tornato con forza nelle ultime settimane. Rapporti e ricostruzioni pubblicate durante la campagna hanno riacceso il confronto sugli allarmi che avrebbero preceduto l’attacco e sulla gestione delle informazioni da parte del governo e degli apparati di sicurezza.
Netanyahu ha respinto le accuse secondo cui avrebbe ignorato segnalazioni rilevanti prima dell’assalto e ha contestato le ricostruzioni che attribuiscono direttamente al suo ufficio responsabilità specifiche. I suoi avversari, al contrario, insistono sulla necessità di una commissione d’inchiesta indipendente capace di chiarire l’intera catena decisionale.
Il premier ha finora resistito alle richieste di un’indagine statale con pieni poteri, mentre diversi vertici degli apparati di sicurezza hanno assunto responsabilità per i fallimenti del 2023 o hanno lasciato i propri incarichi. Questo squilibrio è diventato uno degli argomenti più utilizzati dalle opposizioni.
Le famiglie entrano in politica
La memoria del 7 ottobre è entrata anche direttamente nelle liste elettorali. Almeno nove persone colpite personalmente dall’attacco, tra familiari di vittime, ostaggi e protagonisti dei soccorsi, hanno deciso di candidarsi alle elezioni.
Le loro posizioni non sono tutte contrarie a Netanyahu. Alcuni sostengono il premier e rivendicano la necessità di una linea dura sulla sicurezza. Altri considerano invece il voto del 27 ottobre l’occasione per chiedere un cambio di leadership e una riforma profonda delle istituzioni dopo i fallimenti del 2023.
Questo elemento rende evidente quanto il 7 ottobre abbia ormai superato la dimensione della commemorazione. Le vittime e le loro famiglie sono diventate anche soggetti politici, portando nell’arena elettorale richieste di responsabilità, riforme e ricostruzione della fiducia nello Stato.
Netanyahu prova a riprendersi il tema della sicurezza
La campagna del Likud punta a ribaltare il significato politico della crisi. Netanyahu insiste sulle operazioni militari condotte negli ultimi tre anni e presenta i risultati ottenuti contro i nemici di Israele come la prova della capacità del governo di reagire al trauma del 7 ottobre.
Il premier continua inoltre a descrivere il voto come una scelta tra fermezza e debolezza sul piano della sicurezza. È una strategia già utilizzata in precedenti campagne elettorali, ma questa volta deve fare i conti con una contraddizione molto più difficile da superare: il leader che si presenta come protettore del Paese era al governo quando il sistema di sicurezza non riuscì a impedire l’attacco.
Di fronte a lui c’è soprattutto Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito e leader centrista di Yashar, che proprio sulle credenziali militari e sulla richiesta di una diversa gestione dello Stato cerca di contendere a Netanyahu il terreno della sicurezza nazionale.
I sondaggi fotografano un Paese diviso
Le rilevazioni pubblicate negli ultimi giorni non indicano un quadro univoco. Un sondaggio di Zman Yisrael assegna 53 seggi al blocco favorevole a Netanyahu e 49 alle principali forze ebraiche di opposizione, con Likud e Yashar appaiati a 21 seggi. Un’altra rilevazione di Channel 13 attribuisce invece 54 seggi al blocco del premier e 52 all’opposizione sionista. In entrambi i casi nessuno raggiungerebbe la maggioranza assoluta di 61 seggi alla Knesset.
Un sondaggio pubblicato da Maariv offre invece uno scenario leggermente diverso, con 53 seggi all’opposizione e 51 al blocco di Netanyahu. Anche in questo caso, però, nessuno dei due schieramenti dispone da solo dei numeri sufficienti per governare.
Le rilevazioni descrivono quindi una competizione aperta e soprattutto un sistema politico frammentato, nel quale il ruolo delle forze arabe e delle liste non allineate potrebbe diventare decisivo nella formazione di una maggioranza.
Il trauma che non passa
A tre anni dall’attacco, molte comunità israeliane del sud continuano a vivere il 7 ottobre come una presenza quotidiana. Memoriali, case distrutte, famiglie segnate dalla perdita e il ricordo degli ostaggi mantengono vivo un trauma che non è stato assorbito né socialmente né politicamente.
Anche il quadro regionale resta instabile. La tregua a Gaza non ha risolto i principali nodi del conflitto: il disarmo di Hamas, il futuro controllo della Striscia, il ritiro israeliano e la ricostruzione sono ancora lontani da una soluzione definitiva.
Per questo il voto del 27 ottobre non sarà soltanto un giudizio sul governo uscente. Sarà anche il primo vero passaggio elettorale nazionale dopo il trauma del 7 ottobre e dopo tre anni nei quali Israele ha ridefinito la propria idea di sicurezza, i rapporti con i vicini e il proprio ruolo nella regione.
Per Netanyahu, quel giorno resta insieme una ferita, un’accusa politica e il banco di prova decisivo della sua leadership. Per gli israeliani sarà invece il momento di trasformare tre anni di guerra, paura e divisioni in una scelta politica.
