Associarsi è incontrarsi, vedersi piuttosto che oscurarsi. È riconoscere bisogni diversi, aspirazioni differenti, esperienze talvolta lontane. Non è prevalere. O meglio: può esserlo nelle scelte della maggioranza, mai nei principi. Associarsi significa immaginare un viaggio e una meta, e provare a raggiungerli insieme - chilometro dopo chilometro - anche alternandosi alla guida. Ah, la guida. Affidare a una donna o a un uomo il compito di rappresentare un sodalizio non può essere un atto formale, né un esercizio di forza. Deve essere la sintesi di un confronto leale tra le parti, il punto d’equilibrio più vicino possibile tra passato e futuro, tra pragmatismo e lungimiranza, tra unità e pluralità.
La leadership, in un’associazione, non è dominio: è responsabilità condivisa. Il raggiungimento dello scopo si misurerà solo alla fine del percorso. Nei passi compiuti, ma anche negli errori commessi. Perché ogni cammino collettivo è fatto di correzioni, di ascolto, di maturazione reciproca.
Se oggi provate a digitare sul vostro computer la parola “associazionismo”, una delle nuove sintesi digitali vi restituirà una definizione simile a questa: "fenomeno sociale e culturale che descrive la tendenza degli individui a unirsi spontaneamente per perseguire finalità comuni, solidali, culturali o ricreative; forma di partecipazione attiva che tutela la libertà di aggregazione e promuove valori di solidarietà e pluralismo".
È una definizione corretta. Ma l’associazionismo è qualcosa di più: è un atto di fiducia nell’altro. Helen Adams Keller, scrittrice e attivista statunitense, prima donna sordo-cieca a laurearsi, nel suo "The Five-Sensed World" del 1910 scriveva: "Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma nell’uso che ne facciamo, nell’immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là dei sensi". E ancora - "Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto".
Parole che sembrano scolpite per questi tempi incerti. Parole da incidere all’ingresso di ogni luogo in cui si promuovono - secondo le regole costituzionali della libertà di associazione - economia, impresa, solidarietà, famiglia, cultura, sport, difesa dei diritti, tempo libero. Non è un caso che Alexis de Tocqueville, osservando l’America dell’Ottocento, scrivesse che "l’arte di associarsi è la prima garanzia della democrazia". Senza corpi intermedi, senza reti civiche, senza luoghi di partecipazione, la libertà si indebolisce e l’individuo resta solo di fronte al potere.
L’associazione è invece il luogo dove le ragioni della maggioranza diventano sintesi e non schiacciamento; dove le ragioni del singolo non vengono mortificate, ma espresse con forza e dignità — mai con protervia o arroganza — per contribuire a un equilibrio più alto. Perfino il nostro cervello sembra ricordarcelo.
Secondo le teorie psicologiche dell’associazionismo, nate dall’empirismo moderno, i processi mentali complessi si costruiscono a partire dall’unione di elementi semplici, secondo leggi di somiglianza e contiguità. È dall’incontro che nasce la complessità. È dalla relazione che prende forma il pensiero.
Se ripercorriamo parole come complessità, semplicità, somiglianza, contiguità, ritroviamo le dinamiche necessarie perché un’associazione viva e prosperi: riconoscere ciò che unisce, rispettare ciò che distingue, organizzare la diversità in un progetto comune. In un tempo che spesso confonde il confronto con lo scontro e la leadership con il predominio, restituire nobiltà all’associazionismo significa ricordare che la forza autentica non è nel dominare, ma nel costruire.
Il filosofo austriaco Martin Buber ne "Il pensiero dialogico" ha scritto: "All’inizio è la relazione. Non l’individuo chiuso in sé, ma l’Io-Tu che si riconosce e si costruisce". Insieme.
