La pagina di libertà (e non solo) che il referendum ci lascia

Il referendum sulla giustizia ci ha consegnato un’Italia inaspettatamente partecipe e libera...

la pagina di liberta e non solo che il referendum ci lascia

Ci restituisce l’immagine di una giovinezza meno distratta di quanto abbiamo voluto credere, meno uniforme, meno rassegnata...

Napoli.  

Partiamo dalla fine. Contro ogni previsione, il referendum sulla giustizia ci ha consegnato un’Italia inaspettatamente partecipe e, soprattutto, libera. La percezione c’era stata sin dalle prime ore del voto: molte persone ai seggi, file che non si vedevano da tempo e, soprattutto, tanti giovani. Sono loro — gli under 34 — ad aver guidato la vittoria, non trionfale ma netta, del NO.

Il Belpaese non era abituato a questa immagine di sé e ne è rimasto quasi disorientato, soprattutto chi quella legge, ora abrogata dalla consultazione popolare, l’aveva convintamente annunciata nel proprio programma di governo e poi coerentemente approvata.

Ma la democrazia, quando è viva, non segue copioni già scritti: si manifesta, talvolta, come una sorpresa. "La libertà è partecipazione", scriveva Giorgio Gaber, e mai come in questo caso quella partecipazione ha assunto il volto concreto di una presenza diffusa, consapevole, non delegata. Non so se alla base di questo "motus animi" del popolo italiano vi sia stata la percezione di una “emergenza democratica” o se - come qualcuno sostiene - il risultato referendario rappresenti una prima verifica del potere del web sulle future decisioni politiche. A onor del vero, entrambe le letture appaiono riduttive.

La libertà democratica non è mai l’effetto di un singolo fattore: è piuttosto un equilibrio delicato tra coscienza individuale e responsabilità collettiva, tra informazione e discernimento, tra impulso e riflessione. Al di là degli errori - non pochi - delle parti politiche e sociali che sostenevano le ragioni del SÌ, resta la straordinaria opportunità che questa consultazione ci consegna: comprendere meglio una società che cambia - nei bisogni come nelle priorità - e alla quale chiunque voglia governare dovrà imparare a volgersi davvero. Perché la democrazia non è mai un dato acquisito, ma una pratica quotidiana, "un esercizio", direbbe Norberto Bobbio, che vive nella partecipazione e si consuma nell’indifferenza. Abbiamo spesso - e io per primo - criticato le mutazioni di un’intera fascia di età, dai Millennials alla Generazione Z, attribuendo loro superficialità, scarsa empatia e assenza di visione. Più scrolling che studio, più velocità che profondità.

Eppure, proprio da loro è arrivata una delle lezioni più nitide di questo passaggio storico. Una lezione che riguarda noi, Baby Boomers o poco più: quelli che denunciano il declino del mondo senza assumersi fino in fondo la responsabilità di cambiarlo. La bocciatura, silenziosa ma eloquente, offertaci gratuitamente dalle generazioni Y e Z - di fatto i nostri figli - non riguarda soltanto una scelta contingente, interroga un nostro modo, spesso passivo, di abitare il presente. Ci restituisce l’immagine di una giovinezza meno distratta di quanto abbiamo voluto credere, meno uniforme, meno rassegnata. Una giovinezza che non si limita a esistere, ma sceglie, e, scegliendo, si espone.

"I giovani non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere", ricordava Plutarco, e quel fuoco, oggi, sembra aver trovato nuove forme per manifestarsi. Ben venga, allora, questa brezza tesa - già divenuta vento impetuoso, e speriamo durevole - a spazzare via banalità, soprusi, arroganze, ipocrisie e preconcetti. Non per sostituirli con nuove certezze granitiche, ma per riaprire uno spazio comune di confronto, di crescita, di responsabilità condivisa.
Perché, in fondo, la libertà democratica non è soltanto il diritto di scegliere, ma il dovere di farlo con consapevolezza. E la giovinezza, quando si assume questo compito, smette di essere un’età anagrafica per diventare una condizione morale: quella di chi non accetta il mondo così com’è, ma prova - con coraggio e misura - a renderlo migliore.