È l'argomento del giorno. Ognuno ne parla, con maggiore o minore competenza. Il megafono dei social ha amplificato esponenzialmente il rumore di fondo dei commenti - elogi o critiche che siano - trasformandolo in un brusio planetario. L'argomento in questione è un film: The Odyssey, L'Odissea, di Christopher Nolan.
Per capire di cosa veramente parliamo e dell'impatto che questo film ha avuto sull'immaginario collettivo, vi basti sapere che una mia amica, donna di grande spessore personale e professionale, mi ha detto: "Dopo Omero e Dante, ora c'è Nolan". Tre ore dedicate a una storia che molti - sottoscritto compreso - conoscono quasi a memoria, per averla studiata a scuola (quando ancora si studiava) e per averne visto non so quante trasposizioni cinematografiche e televisive.
In Italia, nel 1968, ne fu proposta una splendida miniserie diretta da Franco Rossi, con Bekim Fehmiu e Irene Papas protagonisti, che io, benché ancora bambino, seguii avidamente. Raramente la trasposizione scenica di un poema di tale diffusione e fama, al netto del clamoroso successo mondiale al botteghino del film di Nolan, ha fatto storcere tanti nasi. Le accuse sono le più disparate: dalla superficialità del risultato ottenuto alla forzatura del passo interpretativo e simbolico, fino alla sudditanza della forma – leggasi effetti speciali – rispetto ai contenuti. Io amo il cinema. È fatto di immagini e di parole. Fatue o grondanti d'immortalità, poco importa.
Ogni spettatore custodisce dentro di sé un'eco che risponde alla voce narrante, più o meno manifesta sullo schermo, con sussurri o grida, borbottii o declamazioni, mentre i fotogrammi scorrono davanti agli occhi. La mia ha continuato a risuonare nella sala di un bel cinema napoletano e, soprattutto, nelle ore e nei giorni successivi alla proiezione di domenica scorsa.
Credo che questo conti più di tutto, al di là delle ragioni e dei torti di ciascuno. Il cinema, per me, è la forma d'arte più vicina alla poesia: immagini trasfigurate in un sentimento profondo, talvolta arcaico o stranamente incomprensibile, altre volte affiorante alla coscienza o nel cuore come una magia, un canto, simile a quello delle Sirene, per ascoltare il quale Omero fece legare Ulisse all'albero maestro di un'errante nave, rendendolo unico testimone e autentico esploratore dell'ignoto.
Salvo poi lasciare che qualcun altro mutasse quel canto - come accade nel film di Nolan - in un racconto affabulante e mistico. Tutto troppo scontato? Tutto troppo facile? Non direi. Nel film del regista statunitense c'è qualcosa che accade - passatemi il termine - "per sottrazione". La storia, così come l'abbiamo sempre conosciuta, diventa antistoria. Gli eventi si cristallizzano nel passaggio verso una vera e propria "fine del mondo".
L'uomo ellenico, embrione della nostra civiltà, si trasforma nell'uomo moderno, il suo frutto più inquietante. Troia non è più soltanto una guerra di conquista, ma una resa dei conti universale, l'esposizione definitiva della miseria umana, la metafora del nocumento arrecato a ogni forma di giustizia e d'amore. I Lestrigoni, Polifemo, Circe e Calipso diventano, pertanto, figure semoventi in un universo di anime perdute, alla ricerca di un'identità che non troveranno o di una vittoria che non sapranno riconoscere.
Questa, a mio avviso, è la vera grande intuizione di Nolan: trasformare il canto eroico di Omero in un lamento sulla fine di una civiltà. E se alla fine sembra che sia l'amore a trionfare - tanto che in sala sono risuonati timidi e sinceri applausi - in realtà quel sentimento delicato e indissolubile abbandona le sponde passate per inseguire un tramonto quasi soprannaturale e destinato perciò a rimanere, per sempre, irraggiungibile. È una resa anch'essa, ma profondamente umana e consolatoria.
Perché, alla fine del film, Ulisse non conquista Itaca, ma la possibilità di lasciarla, condividendo con la donna amata uno sguardo che appartiene soltanto a loro e al futuro tanto a lungo inseguito. Con la fine dell'età del bronzo - sembra suggerire Nolan - i palazzi reali cedono già il passo alla comunità dei cittadini liberi, di cui i Proci sono l'emblema; la gerarchia dei fatti e delle idee si dissolve nel caos delle parità, e ogni ordine divinizzato del mondo lascia spazio a un'umbratile e assorta caducità.
