Guccini: un nome nell'appello dell'anima di tanti

Con l'addio a Guccini se ne va una delle voci con cui molti di noi hanno imparato a diventare adulti

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Napoli.  

Ci sono morti che riguardano una famiglia, morti che riguardano una città e morti che riguardano una generazione. Quella di Francesco Guccini appartiene a quest'ultima specie. Perché non se ne va soltanto un cantautore. Se ne va una delle voci con cui molti di noi hanno imparato a diventare adulti. La mia generazione non è cresciuta con le playlist. È cresciuta aspettando i dischi. Consumando i vinili. Imparando a memoria parole che allora sembravano troppo grandi e che soltanto molti anni dopo avrebbero trovato il loro significato. Io sono uno di quei ragazzi.

Sono partito dagli sberleffi rabbiosi di Folk beat n. 1, ho attraversato Due anni dopo, sono arrivato alla maturità malinconica di D'amore di morte e di altre sciocchezze. Trent'anni di convivenza emotiva. Di canzoni che non mi hanno insegnato a cantare, ma a pensare. Oggi quei dischi vengono spesso raccontati come appartenenti a un'età dell'oro del cantautorato italiano. È vero solo in parte. Non erano anni magici. Erano anni lenti, incerti, contraddittori, dolorosi e veri. Erano anni in cui una canzone pretendeva tempo. Tempo per essere scritta. Tempo per essere ascoltata. Tempo per essere capita.
Forse è proprio questo che oggi ci manca.
Guccini non ci consegnava risposte, ci regalava domande abbastanza grandi da accompagnarci per decenni. Ci insegnava che si poteva essere colti senza essere accademici, popolari senza essere banali, politici senza diventare propagandisti, ironici senza rinunciare alla pietà. Molti di noi hanno costruito la propria educazione sentimentale dentro quelle strofe. Anch'io. Poesie, lotte e solitudini diventate la mia chiave di lettura della vita. Quante parole finite nel mio buio e diventate stanze, scale, androni illuminati e, infine, aria aperta. Se oggi la mia anima ha un sapore, una parte di quel gusto discende da lui.

Io non sono diventato lettore di Guccini dopo essere diventato uomo. Sono diventato uomo anche attraverso Guccini. Questa è la differenza. Non sto salutando un artista che ho ammirato, sto dicendo addio a uno dei maestri che hanno partecipato, senza conoscermi, alla costruzione della mia voce. E credo che non esista modo più bello di ringraziarlo che questo.

Pochi minuti prima di sapere della sua morte avevo scritto una poesia. L'ultima strofa diceva: "Un nome proprio di persona /ma in sequenza circolare/come in un vecchio appello". Non credo ai presagi. Credo però alle coincidenze che la vita ogni tanto ci consegna con una precisione disarmante. Oggi quel vecchio appello è tornato. Qualcuno ha pronunciato: "Francesco Guccini". E milioni di ragazze e ragazzi, diventate donne e uomini, sparsi per l'Italia, hanno risposto dentro di loro, quasi sottovoce: "Presente".