Lo confesso, il Napoli di Giovanni Manna - il tanto decantato giovane direttore sportivo, formatosi in area bianconera, e rimasto a Napoli a dispetto della partenza del suo amico e mentore Antonio Conte - a me non piace. E non parlo dei calciatori presenti in rosa in imbarazzante sovrannumero, ma di quelli che sono andati via, sono sul punto di farlo o aspirano a farlo.
I programmi vivono di equilibrio e armonia e, allo stato, sembra che in quello partenopeo manchino entrambe queste condizioni. La cosa sorprendente è l'impertubabile tranquillità di Massimiliano Allegri, che sembra aver sposato il progetto. Non è dato sapere se perché ci creda veramente o solo perché convinto dalla generosa proposta di Aurelio De Laurentiis, peraltro successiva a un clamoroso fallimento rimediato in area rossonera e corredato da un non indifferente strascico di contumelie e polemiche.
Intanto lui ha trovato la sua - provvisoria e confortevole - sistemazione, che sappia metterla a frutto è questione differente. Il primo problema da risolvere è il modulo, poi, solo poi, gli attori. Se il tecnico toscano è convinto di percorrere la strada del 4-3-3 lo dica ora o taccia per sempre. Mantenere in rosa 4 ali, facendole giocare da tali, è cosa ben diversa che gettare fumo negli occhi del presidente e dei tifosi e poi "adattarsi" a soluzioni piatte e difensivistiche, con un 6-3-1 o un 5-3-2 più vicini al sentire contiano del "primo non prenderle".
Ma c'è di peggio. Da quel poco che si è visto finora il Napoli prossimo venturo non presserà alto né cercherà il dialogo tra i suoi protagonisti come ragione primaria del suo gioco, ma si affiderà a verticalizzazioni "dal basso", che non sono mai state nell'idea di calcio dell'era De Laurentiis.
A questo punto sorge un altro problema: il Napoli ha gli uomini giusti per adottare questa nuova soluzione tattica, che neppure il tetragono "condottiero" salentino aveva mai avuto il coraggio di proporre? A mio giudizio no, a meno di non disfarsi di calciatori più inclini alle relazioni strette (vedi Lobotka e Anguissa) che alle lontane parentele. Poi c'è un'altra questione.
Il tipo di gioco che è nella natura allegriana - e a cui vedrete prima o poi si approderà, con un ulteriore default umano e finanziario - prevederebbe uno stoccatore veloce e implacabile là davanti, che invece la squadra non ha. Per intenderci uno alla Cavani. E né Højlund né Lucca sembrano poter assicurare questa rara ma necessaria dote tecnica, senza la quale ogni finalizzazione naufragherebbe come Ulisse tra Scilla e Cariddi.
