La coscienza è forse la parola con cui l’uomo ha dato un nome allo stupore di esserci. Deriva dal latino "conscientia", a sua volta composta da cum e scire: sapere insieme, conoscere con gli altri, essere consapevoli del mondo, ma soprattutto di sé stessi. Eppure contiene cose diverse. È vigilanza, memoria, identità. È la voce morale che distingue il bene dal male. È quel teatro privato nel quale il dolore non è soltanto un impulso nervoso, ma “il mio” dolore. Evidentissima per chi la vive, ancora inafferrabile per chi la studia.
Prima delle neuroscienze, la coscienza occupava il territorio dell’anima.
Per Platone essa precede il corpo e gli sopravvive. Per Aristotele è la forma del vivente, il principio che organizza la materia. Cristianesimo e islam legano la morte a una vita futura; nell’induismo l’atman attraversa le esistenze, mentre il buddhismo sorprende l’Occidente negando un io permanente, non una sostanza identica a sé stessa, ma un fluire di processi.
L’umanità ha immaginato l’eternità perfino in modi opposti. Come permanenza dell’io o come sua liberazione. Con Cartesio il dubbio trova almeno una certezza: se penso, esisto. Mente e corpo diventano sostanze distinte. Spinoza li ricompone in un’unica realtà. Hume, cercando l’io, incontra un fascio di impressioni. Kant fa della coscienza la condizione che unifica l’esperienza.
William James, medico e filosofo, parlerà poi di un “flusso” continuo. Anche Schrödinger, Gödel ed Einstein si affacceranno, con convinzioni diverse e senza facili concordanze, sull’enigma che lega osservatore e universo. Oggi la scienza cerca soprattutto i correlati neurali della coscienza. Alcune teorie la descrivono come informazione resa disponibile a molte aree cerebrali, una sorta di spazio di lavoro globale. Altre come integrazione dell’informazione, elaborazione ricorrente o rappresentazione che il cervello costruisce dei propri stati. Sono modelli seri, verificabili e rivali. Nessuno ha ancora spiegato definitivamente perché cellule e sinapsi debbano accendersi nel rosso di un tramonto, nel profumo di una madre, nella paura della morte. Qui entrano in scena i microtubuli: minuscoli cilindri di tubulina, componenti del citoscheletro, indispensabili alla forma del neurone e al trasporto intracellulare. Il fisico e matematico Roger Penrose e l’anestesista Stuart Hameroff hanno proposto che al loro interno avvengano processi quantistici coerenti e che la loro “riduzione obiettiva orchestrata”, Orch OR, produca momenti di esperienza cosciente. Alcuni esperimenti mostrano che anestetici e stabilizzatori dei microtubuli possono modificare i tempi di perdita della coscienza negli animali.
È un indizio interessante, non una dimostrazione dell’Orch OR e tanto meno dell’immortalità. L’obiezione principale è fisica: in un cervello caldo, umido e rumoroso la decoerenza potrebbe distruggere quasi istantaneamente stati quantistici abbastanza durevoli da avere rilievo mentale. I sostenitori replicano che la biologia sa proteggere effetti quantistici, come accade in altri processi viventi.
La controversia resta aperta, ma un confine va custodito: la fisica quantistica non ha provato che l’anima esista, lasci il corpo o sopravviva alla morte. “Quantistico” non è il nuovo nome del mistero né un salvacondotto scientifico per ogni speranza. Forse l’errore è chiedere a una struttura cellulare il certificato di esistenza dell’anima. I microtubuli sono determinabili. L’anima, se c’è, è l’assioma potente, indeterminato e imperfetto con cui tentiamo di contenere ciò che una misura non esaurisce. Quando scompariamo, qualcosa resta certamente: conseguenze, gesti, parole, memorie; talvolta un’essenza cromatica od olfattiva, il colore di una stanza, un profumo che restituisce una persona intera.
Non sappiamo se viaggi nell’architettura dello spazio-tempo o soltanto nella fragile materia di chi rimane. Ma forse l’immortalità comincia proprio qui: non nell’aver dimostrato l’anima, bensì nell’impossibilità, per chi ci ha amati, di ridurci alla nostra assenza.
