La camorra si aggiorna e scende in campo nel crimine informatico. Un'indagine della sezione Cyber Investigazioni del gruppo operativo dei Carabinieri ha portato oggi all'esecuzione di 16 misure cautelari - 12 arresti in carcere e 4 divieti di dimora - nei confronti di affiliati e fiancheggiatori del clan Mazzarella, storica cosca napoletana protagonista di una sofisticata rete di truffe digitali.
Al centro dell'inchiesta un hacker di 25 anni, figura chiave dell'operazione, risultato collegato al clan Licciardi di Secondigliano, a capo della omonima Alleanza di camorra. I Mazzarella avrebbero chiesto e ottenuto dai Licciardi - tradizionalmente rivali - il permesso di avvalersi delle sue competenze informatiche. A chiarire la natura del rapporto è il procuratore aggiunto Sergio Amato: "Non è una società, non si mettono insieme, mantengono la loro distinzione criminale in questo settore. I Licciardi autorizzano i Mazzarella ad avvalersi di questa persona, come a dire: per ciascun settore criminale, come lo facciamo noi possono farlo tutti". Il passaggio emerge da un'intercettazione che fotografa un'alleanza tattica, non una fusione tra i clan.
I dettagli dell'inchiesta sono stati illustrati in conferenza stampa dal procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, dal comandante provinciale dei carabinieri Biagio Storniolo e dal comandante del reparto operativo Antonio Bagarolo.
Due le modalità operative ricostruite dagli inquirenti. La prima si fondava sul furto di carte di credito, sottratte attraverso un uomo del clan Licciardi infiltrato nel centro di smistamento postale di Milano. Una volta in possesso delle carte, i truffatori risalivano a numeri di telefono e codici fiscali dei titolari. Le vittime venivano quindi contattate con richieste ingannevoli - "dopo il segnale acustico digita il tuo pin" - oppure indirizzate verso link contraffatti che simulavano procedure di attivazione di nuove carte. I pin così ottenuti venivano utilizzati per svuotare i conti, tipicamente subito dopo la mezzanotte.
La seconda modalità era ancora più raffinata e si basava sul cosiddetto "vishing": un finto operatore antifrode contattava le vittime segnalando un pericolo imminente - un presunto dipendente infedele della banca che stava effettuando bonifici non autorizzati - e le convinceva a trasferire il proprio denaro su un conto sicuro. A rendere credibile l'inganno provvedeva poi una seconda telefonata, apparentemente di un ispettore della polizia postale o di un carabiniere, che confermava l'indagine e forniva l'IBAN su cui versare i fondi. Le chiamate risultavano provenire dai numeri reali degli istituti di credito, replicati attraverso siti bancari clonati, ospitati su domini acquistati in bitcoin.
Sono circa 60 gli episodi di truffa contestati. Il bonifico più alto documentato ammonta a circa 60mila euro, ma secondo quanto riferito dal procuratore Gratteri la macchina criminale era in grado di fruttare fino a 300mila euro al giorno. Tra le vittime figurano un imprenditore che ha perso la liquidità destinata alle paghe dei dipendenti e, in un caso paradossale, persino un dipendente bancario, salvato in extremis dal sistema antifrode autentico del proprio istituto.
