Domenico, la verità del chirurgo: "Ho chiesto dov'è il cuore? E' ghiacciato"

Il verbale del primario che operò il piccolo Domenico indagato per falso e omicidio colposo

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Il dramma in sala operatoria al Monaldi e l'ombra del falso

Napoli.  

"Mi sono girato e ho chiesto: dov’è il cuore? Nessuno rispondeva. Poi qualcuno ha sussurrato: è tutto ghiacciato". Le parole di Guido Oppido, primario del reparto di cardiochirurgia pediatrica dell'ospedale Monaldi, squarciano il velo di silenzio su quel tragico 23 dicembre 2025. Un racconto fatto davanti al giudice che ricostruisce i trenta secondi in cui la speranza di vita per il piccolo Domenico, due anni e mezzo, si è trasformata in un incubo irreversibile.

 

L'inchiesta: non solo omicidio colposo, spunta l'ipotesi falso

Il cuore, arrivato da Bolzano, era stato irrimediabilmente danneggiato dal ghiaccio secco durante il trasporto. Ma oltre alla tragedia clinica, la Procura di Napoli (coordinata dai PM Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci) scava su presunte irregolarità amministrative. Secondo l'accusa, il primario Oppido e la sua vice, Emma Bergonzoni, avrebbero falsificato la cartella clinica per far apparire l’operazione conforme ai protocolli. I punti oscuri riguardano iI tempi della circolazione extracorporea attestati come simultanei all'arrivo dell'equipe da Bolzano e l'espianto del cuore nativo dichiarato contestuale all'apertura del contenitore dell'organo nuovo. Le testimonianze degli infermieri e la cartella della perfusionista indicano però che l’aorta del piccolo Domenico sarebbe stata clampata (chiusa) alle 14:18, ben dodici minuti prima che il box con il nuovo cuore varcasse la soglia della sala operatoria (ore 14:30)

Il giallo del trasporto e il "Paragonix" inutilizzato

L’inchiesta tocca anche i vertici dell'Azienda dei Colli. È emerso che l’ospedale disponeva del Paragonix, un contenitore di ultima generazione per il trasporto organi, che non fu utilizzato perché il personale non era stato formato. La manager Anna Iervolino ha sollevato dall'incarico la dottoressa Marisa De Feo, rea di non aver verificato l'effettivo svolgimento dei corsi di formazione, avvenuti  -paradossalmente - solo dopo il decesso di Domenico.

Da Bolzano, l’infermiera Angelika Pichler ha confermato ai magistrati di aver fornito "ghiaccio secco" su richiesta (seppur non ricordi di chi), un materiale mai usato prima in ambito chirurgico per il trasporto di tessuti molli. "Un evento unico al mondo", lo ha definito Oppido, paragonandolo a chi chiede acqua al bar e riceve varechina.

Dalla tragedia alla solidarietà: la Fondazione Domenico Caliendo

Mentre la giustizia penale attende l'interrogatorio decisivo del 21 maggio, il nome di Domenico vive attraverso la Fondazione Caliendo, presieduta dalla madre Patrizia Mercolino. La missione è chiara: supportare le vittime di malasanità.

Il caso shock delle forbici nell'addome

L'attività della Fondazione è già entrata nel vivo seguendo il caso di una donna di 53 anni di Casandrino. Dopo un intervento di addominoplastica in una clinica privata napoletana, la donna ha vissuto per sette mesi con un paio di forbici chirurgiche di 15 centimetri nell'addome. Nonostante i dolori lancinanti, solo una TAC eseguita a maggio ha rivelato l'incredibile dimenticanza. Anche in questo caso, l’avvocato Francesco Petruzzi (legale della famiglia Caliendo) ha presentato denuncia, segnalando tentativi della clinica di coprire l'accaduto proponendo un nuovo intervento "riparatore" in sede privata. La paziente verrà ora operata al Fatebenefratelli per la rimozione del corpo estraneo.