Freespace, la Biennale e l'architettura che rigenera

La Biennale di Venezia, il nuovo senso di umanità che ispira nuovi architetti

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Arcipelago Italia è il viaggio attraverso i luoghi lontani dalle città, «detentori di un patrimonio culturale inestimabile», ai quali si affianca una selezione di architetture contemporanee italiane, «esito del percorso progettuale a più voci

 

di Francesca Sarno

L’autunno italiano si è aperto all’insegna dell’incertezza per un Paese sempre più fragile fisicamente, socialmente, economicamente. Crollano infrastrutture, cedono argini, soccombono umanità e buon senso, vacillano mercati.

In un contesto nel quale è necessario preoccuparsi quotidianamente di sopravvivere più che di costruire, in una Europa nella quale sono messi in discussione principi fondanti e inalienabili, ha senso parlare di FREESPACE? Ha senso riflettere sull’invito di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura, di riesaminare il nostro modo di pensare, di soffermarci sui valori centrali dell’architettura, sul suo contributo per donare dignità all’individuo, per supportare la relazione tra persone e spazio?

Probabilmente ora più che mai. Perché è proprio nell’incontro, nello scambio, nella generosità di ogni progetto, «anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate» che è possibile sviluppare e dare corpo al FREESPACE.

In mostra sino al 25 novembre, le 71 partecipazioni, affiancate dalle sezioni speciali, propongono il loro “spazio libero”: raccontano – nell’architettura – diversità, specificità, continuità «sulla base delle persone, dei luoghi, del tempo e della storia».

La tematica “aperta” (space, free space, public space) ha dato vita a risposte alla micro e macro scala architettonica, coerenti con le problematiche del nostro tempo.

Alla rigenerazione, per mano di progettisti, di edifici dismessi, si affiancano le pratiche comunitarie che portano a nuova vita manufatti dimenticati. È quanto indaga l’esposizione Infinite Places (Francia) attraverso la storia di dieci luoghi: spazi liberi, fruibili dai cittadini per edilizia partecipata, per attività lavorative o culturali. La mostra esprime le possibilità di luoghi non programmati, analogamente a quanto si avverte nella Island della Gran Bretagna, una non-esposizione aperta all’incontro e alle più svariate interpretazioni, premiata con la menzione speciale «per una proposta coraggiosa che utilizza il vuoto per creare uno “spazio libero” destinato a eventi e appropriazioni informali». Il FREESPACE britannico richiama l’idea dell’isola come luogo di rifugio, ma anche di esilio; evoca «l’abbandono, il colonialismo, la Brexit, l’isolamento, la ricostruzione e il santuario».

Muros de Ar (Brasile). Foto: Italo Rondinella (sx in alto); Vértigo Horizontal (Argentina). Foto: Francesco Galli (sx in basso); Stadium: an event, a building and a city (Cile). ©Gonzalo Puga (dx). Cortesia: La Biennale di Venezia

Se ci spostiamo oltre oceano, a non deludere sono anche le risposte latinoamericane. Muros de Ar si interroga su come infrangere i confini materiali e immateriali del Brasile e della sua architettura, attraverso grandi cartografie tematiche (frutto di collaborazioni tra i curatori e il mondo professionale e accademico) e attraverso 17 progetti, volti a ripensare e riconfigurare, in chiave architettonica, le barriere (i muri) presenti nelle città del Paese.

Vértigo Horizontal (Vertigine Orizzontale) invita a ripensare il territorio argentino come costruzione collettiva, a partire dagli schizzi, dunque dall’identità dell’idea, di progetti realizzati dal 1983, quando si apre la nuova stagione democratica del Paese.

Una giornata (29 settembre 1979) durante la dittatura cilena viene evocata invece nella mostra Stadium: an event, a building and a city; in quell’occasione 37.000 persone sono radunate nello stadio di Santiago per ricevere il titolo di proprietà delle aree da loro occupate illegalmente. La planimetria dello stadio viene per l’occasione ridisegnata con le tante baraccopoli diffuse nella metropoli, prefigurando la pianta della città nel disegno di un edificio, aperto a diversi usi.

Ma il FREESPACE per le curatrici della Biennale deve rappresentare anche e soprattutto generosità di spirito e senso di umanità, e pertanto l’attenzione che l’architettura pone alla qualità stessa dello spazio, qualunque esso sia. È FREESPACE dunque anche quello domestico, al centro dell’originale esposizione svizzera, premiata con il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale; lo è la spazialità libera, presente ma non annunciata, del contributo di Eduardo Souto de Moura (Leone d’Oro per il miglior partecipante).

E ancora. I territori della nostra quotidianità sono i protagonisti del Padiglione Italia, curato dall’architetto Mario Cucinella. Arcipelago Italia è il viaggio attraverso i luoghi lontani dalle città, «detentori di un patrimonio culturale inestimabile», ai quali si affianca una selezione di architetture contemporanee italiane, «esito del percorso progettuale a più voci, multidisciplinare e inclusivo».

Questa Biennale verrà certamente ricordata anche per la prima partecipazione della Santa Sede: Vatican Chapels, a cura di Francesco Dal Co e Micol Forti. Dieci “cappelle nel bosco”, su modello di quella di Asplund del 1920, popolano l’area verde dell’isola di San Giorgio Maggiore. Sono isolate nell’astratto paesaggio naturale, progettate dai dieci architetti invitati: Norman Foster, Francesco Cellini, Eduardo Souto de Moura, Terunobu Fujimori, Andrew Berman, Javier Corvalàn Espinola, Flores & Prats, Sean Godsell, Carla Juacaba e Smiljan Radic Clarke. «Nel bosco dove sorge Vatican chapels non vi sono mete e l’ambiente è soltanto una metafora del peregrinare della vita».

La 16. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia offre le tante possibili declinazioni della parola “spazio”, per condurci a riflettere e a ripensare il contributo che noi tutti, professionisti e non, possiamo, e dobbiamo, oggi fornire per la costruzione di “territori” comunitari e condivisi.