Napoli smemorata: la casa di Leopardi in condizioni indegne

In via Santa Teresa degli Scalzi, vicina al Museo Nazionale: le targhe non servono più alla storia

napoli smemorata la casa di leopardi in condizioni indegne
Napoli.  

 

di Claudio Mazzone

Napoli è una città fatta di tesori, molti dei quali restano sepolti nella stratificazione del sottosuolo fatto di vuoti che segnano le epoche, tanti altri vengono abbandonati al loro destino, dimenticati alla luce del sole, integrati in un abbandono indolente che rischia di comprometterli per sempre. 

Spesso a ricordare il valore dei luoghi ci sono le targhe che però nessuno legge, nelle quali nessuno inciampa e che non riescono a contenere il ricordo e a trasmetterlo. 

In via Santa Teresa degli Scalzi, a due passi da Museo Nazionale, tra il traffico disordinato, le salumerie e i fruttivendoli che occupano i marciapiedi e i ristoranti etnici che riempiono l’aria odori di terre lontane, una targa solitaria e scolorita ricorda che proprio in questo stabile morì Giacomo Leopardi. Al secondo piano di un immobile cadente e rattoppato, tra una parabola satellitare e l’altra, tra una pensilina di plastiche e l’atra, affaccia un balcone, che assume un valore storico e culturale enorme. Quel balcone e quell’appartamento fu l’ultima residenza di uno dei poeti più grandi della nostra storia che visse a Napoli dal 1833 fino alla sua morte nel giugno 1837.

Leopardi ebbe con Napoli un rapporto strano, fatto di alti e bassi, di ammirazione e odio. Scelse la città per trascorrerci alcuni anni della sua vita e qui, in questa casa di vico Pero con affaccio su Santa Teresa, si spense. Appena arrivato nel 1833 scrisse dei napoletani come un popolo di "indole amabile e benevola”, un anno dopo aveva cambiato idea radicalmente “non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano” e la sua intolleranza crebbe a tal punto da arrivare a scrivere al padre in questi termini: “il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri degnissimi di spagnuoli e di forche”. 

Nonostante queste parole, Leopardi aveva un rapporto vivo con la città e le sue passeggiate per una Napoli che allora non era seconda né a Parigi né a Londra, consegnarono ai posteri luoghi che ancora oggi si ricordano, dal Caffè delle Due Sicilia a via Toledo alla Pasticceria di Pintauro. 

Eppure della permanenza di Leopardi a Napoli non vi è traccia nel quotidiano. In stato di abbandono non vi è solo la casa ma il Parco Virgiliano di Piedigrotta, dove vi è il mausoleo di Leopardi, è in condizioni di incuria inaccettabili.

Lo stato del palazzo grida vendetta. La facciata è in molti punti scrostata e rattoppata, e ad ogni balcone è piazzata una macchina per l’aria condizionata e una parabola. La targa commemorativa, sulla quale si legge “Ospite della città di Napoli nei quattro ultimi anni di sua vita, Giacomo Leopardi moriva in questa casa” si perde nel caos di una città che non riesce a riscoprire la sua importanza. Nel guardare le condizioni in cui versa il palazzo e nel vedere che quello che dovrebbe essere un museo è invece ridotto ad un disordinato groviglio di fili di antenne e di parabole da balcone, si ha la sensazione della solitudine e dall’impotenza di quella targa che ricorda il poeta. 

Tra i negozianti e gli abitanti del quartiere Stella tutti sanno che lì ci ha abitato Leopardi, ma nessuno sembra davvero interessato e nessuno lo racconta con fierezza. I passanti neanche se ne accorgono e un gruppo di turisti inglesi che pernotta in uno dei tanti b&b della zona, passa chiacchierando per vico Pero totalmente ignaro che quel portone al numero 2 racchiude un valore storico enorme. 

Intanto il traffico diventa ancora più rumoroso, con uno dei camion che scarica la merce per uno dei negozi che si trova proprio sotto la targa, che ha bloccato un pullman. Proprio sotto quello che era il balcone di Leopardi infatti c’è una fermata ANM. Sotto la pensilina, a ripararsi dalla pioggia, gli scoraggiati pendolari aspettano il loro pullman che forse neanche passerà, incoscienti e incuranti del tesoro che hanno alle spalle.