Totò sconfitto dalla "guapperia".

La Salita dei Cinesi nella Sanità dovrebbe essere un luogo simbolo, oggi invece è nel degrado.

toto sconfitto dalla guapperia
Napoli.  

La salita dei Cinesi, nel cuore della Sanità, è uno dei tesori di questo quartiere. Tra i vicoli dove sembra scomparire anche il sole e dai quali è difficile vedere il cielo, si apre improvvisamente uno squarcio spazioso, arioso e pieno di luce. Quello squarcio è la Salita dei Cinesi. Un nome che molti sottovalutano e invece ha un significato importante per la città e per la sua storia. I cinesi a Napoli storicamente sono ricollegati al missionario Matteo Ripa, che oltre ad essere il fondatore del collegio dei cinesi che oggi è l’Università l’Orientale, in questa salita instaurò un convento e una chiesa della famiglia dei cinesi. La strada fu quindi uno dei luoghi della prima Chinatown napoletana. 

Proprio in questa salita si svolge “Il Guappo” il primo episodio del film “L’Oro di Napoli” che vedeva il grande Totò finalmente tornare nella sua Sanità per interpretare don Saverio Petrillo “o’ Pazzariello”, una figura tipica dei quartieri napoletani, un artista di strada accompagnato da una banda e vestito in maniera vistosa, un giullare di strada che con i suoi strampalati spettacoli, attirava i passanti e gli abitanti del quartiere. In mano ogni pazzariello aveva un prodotto donatogli da una bottega. Era una prima forma di pubblicità. 

La scena in cui Totò, con le sue movenze e la sua mimica inimitabile, vestito da pazzariello, discende quella strada ripida con dietro la banda e l’intero quartiere, entrerà nella storia del cinema italiano ed è ancora oggi uno dei simboli della napoletanità e delle tradizioni partenopee. 
Oggi quella salita conserva la stessa luce del 1954, la stessa ripidezza ma le condizioni sono più degradate delle immagini del film e i palazzi sembrano ancora più approssimativi di allora. 

Nel film don Saverio è costretto ad ospitare in casa il guappo del quartiere Sanità don Carmine Javarone, che vive da padrone in casa del Pazzariello. Si intravede chiara e netta la denuncia forte al potere violento della camorra e all’impossibilità di un popolo di reagire a chi spesso detta le regola imponendole solo con la forze, aldilà dello stato e dei diritti. 
Saverio trova il coraggio di cacciare il guappo ma lo fa solo quando il caporione gli confida di star così male al punto di essere prossimo alla morte. In questo momento di fragilità di don Carmine, Saverio si sente forte e reagisce alla debolezza del guappo cacciandolo di casa in maniera plateale davanti a tutto il quartiere. Quando don Carmine scopre di non essere affatto in fin di vita, torna a casa di don Saverio. Convinto di poter ricominciare con le prepotenze e con le angherie. Quando entra nella casa del Pazzariello si trova schierata tutta la famiglia di don Saverio, bambini e moglie. Ogni personaggio, a partire dai bambini per finire con Totò, è fragile e tutt’altro che imponente eppure insieme, restando in silenzio e senza chinare la testa, mette alla porta il guappo del quartiere senza dire neanche una parola. Don Carmine, il guappo, sconfitto dalla forza e dalla dignità di una famiglia, è questo il messaggio forte che viene lanciato, un messaggio che ancora oggi resta inascoltato in città. 

“Il guappo” è un piccolo capolavoro, uno sketch antesignano della lotta culturale alla camorra fatta dalla lettura e dal cinema napoletano. La salita dei cinesi dovrebbe essere uno dei luoghi simbolo di una Napoli capace di non chinare la testa davanti alle prepotenze. Quello squarcio arioso nel mezzo di uno dei luoghi più affollati del mondo dovrebbe avere oggi un valore fondamentale per una città che riscopre la sua storia e la forza di una tradizione popolare nella quale i deboli vincono contro i forti. 

Purtroppo invece, nonostante qualche sforzo anche urbanistico di valorizzazione del luogo, il tutto resta nel degrado. Sul portone dal quale nel film usciva don Salvatore vestito da Pazzeriello pronto per discendere quelle tre rampe danzando, qualcuno ha scritto a lettere cubitali “Benvenuto a Baghdad”. Negli angoli delle rampe si accumula qualche rifiuto, ovunque sono parcheggiate auto e motorini e i giardinetti con la statua di totò sono semi-chiusi. 
In quella salita dei Cinesi, oggi, tra balconi improbabili, panni stesi, macchine parcheggiate fin su le scale dei palazzi, motorini che sfrecciano in ogni direzione ed edicole votive che coprono anche il sole, sembra che don Carmine Javarone abbia vinto. Nessuno lo ha cacciato, don Saverio e la sua famiglia sono ancora oppressi dalla prepotenza che consuma e offende la città.