L'edizione 2026 del Napoli Pride si trasforma nel palcoscenico di uno scontro politico e ideologico senza precedenti all'interno del movimento LGBTQIA+ e delle forze progressiste partenopee. Tra storici fondatori che sbattono la porta e sindacati che scendono in piazza "in direzione ostinata e contraria", la parata di oggi sotto l'ombra del Vesuvio espone pubblicamente fratture profonde che covavano da mesi.
L'addio dei padri fondatori: "Trasformato in un marchio"
Il segnale di rottura più clamoroso arriva da Carlo Cremona, leader dell'associazione I-Ken e figura storica della manifestazione. La sua assenza pesa come un macigno. "Ci vediamo quando il Pride tornerà ad essere di tutte e di tutti", ha dichiarato Cremona in un messaggio al vetriolo. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: il rischio reale, secondo i dissidenti, è che la manifestazione abbia smarrito la sua anima politica per diventare "un marchio, un evento da gestire, uno spazio da presidiare più che da condividere".
Nel mirino c'è la gestione della kermesse da parte di Antinoo Arcigay Napoli, guidata dal presidente Antonello Sannino. Una spaccatura che non riguarda solo la filosofia della piazza. A far discutere è stato infatti il rigido regolamento organizzativo: per sfilare nella parata, ogni gruppo avrebbe dovuto versare entro il 31 maggio una quota di partecipazione di 1.000 euro sul conto corrente di Arcigay. Molti collettivi non hanno digerito.
Il caso Cgil: in piazza con le bandiere palestinesi
Se I-Ken sceglie l'astensione, la Cgil Napoli e Campania decide per la linea della presenza critica. La segretaria Elisa Laudiero ha confermato che il sindacato sfilerà, ma lo farà addobbando il proprio carro con le bandiere della Palestina. Una scelta politica che suona come una contestazione diretta proprio a Sannino. Al presidente di Arcigay viene rimproverato da tempo, da una parte del mondo pro-Pal, un viaggio compiuto un anno fa in Israele su invito di un ministro del governo Netanyahu, oltre a posizioni ritenute troppo tiepide sulla crisi in Medio Oriente.
Sannino, dal canto suo, ha sempre respinto le accuse al mittente, blindando la manifestazione dietro l'appello all'unità per la pace e ricordando che, pur con i limiti dell'attuale contesto politico, lo Stato ebraico garantisce standard di diritti LGBTQIA+ nettamente superiori rispetto ai Paesi confinanti. I nodi erano venuti al pettine già nei giorni scorsi, quando da Arcigay era filtrata la voce che la Cgil non avrebbe partecipato per non aver formalizzato l'adesione e i pagamenti nei tempi utili. Pronta la replica del sindacato, che ha scelto di esserci rivendicando la propria autonomia politica.
L'appello alle istituzioni: il Pride è di tutti
Le avvisaglie c'erano già a metà maggio. In un documento congiunto firmato da Carlo Cremona e Mario Zazzaro (responsabile Cgil Nuovi Diritti) inviato al sindaco Gaetano Manfredi e a Roberto Fico, si chiedeva un intervento di garanzia. Palazzo San Giacomo e la Regione Campania, d'altronde, concedono il patrocinio morale all'evento. La richiesta era chiara: istituire un controllo partecipato sugli sponsor privati e sui soggetti economici coinvolti. L'obiettivo era evitare che il Napoli Pride venisse associato a realtà incompatibili con i principi di giustizia sociale, tutela ambientale, pace e contrasto allo sfruttamento. L'appello non ha trovato la sponda istituzionale sperata. Oggi Napoli sfila, ma l'arcobaleno dei diritti non è mai stato così frammentato.
