Il Napoli di Sarri era sbocciato ufficialmente davanti a pochi intimi, in una serata europea dal fascino modesto con il Bruges. Frutto di un patto anche tattico nello spogliatoio dal quale ebbe varo definitivo e prolifico il 4-3-3. Al quinto atto del nuovo corso Carlo Ancelotti proclama l’essenza del progetto con il quale intende arrivare fino in fondo. Nella stagione più difficile, quella dell’eredità dei 91 pesantissimi punti. Quanti ne farebbero in proporzione a fine campionato i 12 su 15 raccolti finora. In casa del Toro la maglia azzurra spadroneggia e fa spettacolo per mezz’ora, esaltandosi nel 4-4-2 che può trasformarsi a piacimento nella spinta propulsiva del 4-2-4 ma anche in un più ragionato 4-2-3-1. Dietro i numeri c’è molto di più. Ancelotti sdogana come mai avvenuto in precedenza, o forse solo con Benitez, il concetto di rosa allargata: in sei partite, compresa quella di Serbia, sono stati 19 i giocatori schierati da titolari. Il manifesto di questa scelta divengono al Grande Torino Luperto, Rog e Verdi: protagonisti nell’agonismo e nei meccanismi che in altre occasioni erano parsi fisiologicamente da oliare. Gioca e si diverte il Napoli di Ancelotti, pericolosissimo in fase di spinta, quadrato in quella di difesa: e la sensazione che ne viene fuori è quella di un progetto tattico camaleontico con notevoli margini di crescita. Detta legge Insigne, cui mai in azzurro era capitato un avvio tanto prolifico (cinque gol in quattro gare), si adeguano alla perfezione gli altri. Si perché il gol di Verdi è segno d’intesa maturata in questa fase di apprendistato e dimostrazione dell’omogeneità del gruppo cui il tecnico intende dar fiducia. A Torino intanto si tornerà il prossimo fine settimana, per affrontare la Juventus con la fiducia che deriva dalle prestazioni. Di mezzo il Parma lanciatissimo quanto il suo Gervinho. Ben vengano gli avversari, il quarto successo consecutivo in casa del Toro ha scacciato i ricordi quasi invadenti del recente, bellissimo passato, aprendo ad un futuro tutto da interpretare.
