Mentre Davide Nicola continuava a gloriarsi per una "impresa" che - a suo erroneo giudizio - avrebbe quasi compiuto sul campo di Cremona una settimana prima, peraltro senza aver praticamente fatto neanche un tiro in porta, e a Udine si continuava a parlare (e lo si sarebbe fatto per almeno tre generazioni) della "grande vittoria" sul Napoli, costata (temo) peró ai baldi friulani una sonora e vergognosa sconfitta contro l'ultima in classifica, un discusso e discutibile pareggio all'ultimissimo istante di partita (proprio) contro la Lazio e una ulteriore sconfitta contro il Como, la squadra di Antonio Conte scendeva nello stracolmo e rinvigorito stadio Olimpico di Roma (non può mai essere altrimenti dove arrivano gli azzurri) contro la bellicosa formazione biancoceleste nell'ora della domenica meno gradita ai calcatori partenopei e ai loro abitudinari tifosi.
Le premesse in casa azzurra erano chiare ormai da giorni. Il Napoli sarebbe sceso in campo con la formazione che aveva tanto ben figurato in Supercoppa e nella suddetta città lombarda, a costo di sacrificare giocatori dalle elevate prospettive e dai proibitivi costi, come Alessandro Buongiorno e Noa Lang, e schierare un diffidato come Juan Jesus prima della sfida col Verona in casa di 3 giorni dopo.
Insomma, il tecnico salentino non cambiava, a dispetto delle numerose partite che avrebbero atteso la sua squadra fino a fine febbraio - di fatto avrebbe sempre giocato ogni 3 giorni - e faceva di conto su coperture (vedi le scelte fatte di Leonardo Spinazzola ed Eljif Elmas sul suo fronte sinistro) e possibili squalificati prima della grande sfida della settimana successiva a Milano contro l'Inter.
Il sottoscritto era, pertanto, quasi obbligato a domandarsi imperterrito perché "spremere" oltremodo Matteo Politano nel ruolo di terzino aggiunto/centrocampista/ala là a destra - col rischio di ritrovarselo infortunato o spompato sul più bello (la già citata "battaglia" di San Siro della domenica successiva) e senza gli adeguati ricambi in quel ruolo - quando poteva contare su altre soluzioni interne, come quelle di un Giovanni Di Lorenzo più alto e un Luca Marianucci braccetto a dimostrare se l'investimento fatto per lui era stato giusto o sbagliato. Alla fine, trascurando le mie contorte elucubrazioni da tecnico mancato, restava chiaro a Conte, più che a me, che il risultato della partita sarebbe dipeso molto dal gioco sulle fasce e da quale delle due contendenti sarebbe riuscita a imporre la sua legge in quelle zone di campo.
