Il Napoli che scendeva in campo a Torino contro la Juventus era decimato negli uomini e - dopo la brutta e sorprendente figura di Copenaghen - anche nello spirito. Se, come più volte affermato dallo stesso Sarri, il tempo in città si rassegnava all'umore dei sostenitori della sua squadra di calcio, non è che serpeggiasse grande ottimismo da Barra a Posilippo, passando per San Martino e i Camaldoli, sin dalle prime ore del mattino di domenica 25 gennaio 2026.
Alla lettura della formazione schierata poi da Antonio Conte "a las seis de la tarda" all'Allianz Stadium neanche c'era molto da consolarsi, essendo lo specchio esatto di tutti gli errori fino a quel preciso istante commessi dalla dirigenza azzurra e dal suo staff tecnico in questa stagione, che più che essere stata vaticinata come difficile si era voluta rendere tale.
Per motivi che erano ancora oggetto di dibattito (ma che in realtà erano molto meno oscuri di quanto gli addetti ai lavori volessero farci credere), la squadra partenopea lamentava una lista di lungodegenti che era - numeri alla mano - superiore a quella di coloro che si arrovellavano ormai da tempo nel vano tentativo di non farli rimpiangere, rimediando però più del dovuto figure barbine. A credere nei miracoli in città e altrove erano rimasti veramente in pochi e da questo sparuto gruppo di pazzi o temerari (fate voi) il sottoscritto era onorevolmente - e ormai quasi per diritto divino - escluso.
Del resto bastava recuperare quel poco di forze e di coraggio necessari per dare una rapida scorsa a tutti gli ultimi eventi associati alle uscite e alle entrate del mercato invernale per rendersi conto che qualcosa (al di là dei tanti infortuni nient'affatto casuali patiti) era andato storto. Pensare di giocare in un modo, poi affidarsi a un altro e, infine, essere obbligati a tornare a quello (quasi) originario con due sottopunte/esterni, perderne "giocoforza" due per la strada e privarsi dell'unico rimasto, dandolo via in Turchia non si sa in base a quale arguto ragionamento, non appariva - questa volta non solo al sottoscritto - incomprensibile, ma addirittura suicida. Né tantomeno poteva attenuare tale decisione l'arrivo all'ultimo secondo di un "giovane" (di nome e di fatto) brasiliano da una squadra italiana di bassa classifica.
Dominava la scena infine il silenzio del grande capo, il sempre loquace e irrefrenabile Aurelio De Laurentiis, che - ci potevate scommettere - prima o poi avrebbe parlato e allora sarebbero stati dolori per tutti. Si temeva anche per lui stesso.
