C’è un’espressione che Mauro Meluso usa per descrivere Victor Osimhen, ed è la stessa che probabilmente molti difensori della Serie A sottoscriverebbero senza pensarci due volte: «Un’ira di Dio». Eppure, nell’anno post-Scudetto del Napoli, quell’ira non si è scatenata solo in campo, ma anche (e soprattutto) negli uffici di Castel Volturno.
L’ex Direttore Sportivo azzurro, intervenuto ai microfoni di Radio Napoli Centrale, è tornato a scoperchiare il vaso di Pandora di una stagione nata sotto una stella storta e finita tra i rimpianti. E al centro di tutto, come un polo magnetico che attira tempeste, c’è sempre lui: il bomber nigeriano.
Quel "cane" che non era un insulto
Uno dei punti più caldi riguarda le parole di Osimhen in un'intervista in inglese, dove l'attaccante dichiarò di essere stato "trattato come un cane". Meluso prova a gettare acqua sul fuoco, spiegando che dietro quella frase non c’era un attacco frontale alla dignità della persona, ma un classico "lost in translation":
«È una questione di sfumature linguistiche», spiega l'ex DS. «In inglese intendeva dire che il club lo stava spingendo altrove, quasi fosse merce di scambio. In italiano suona come un’offesa pesante, ma il senso era puramente legato alle dinamiche di mercato».
Meluso tiene poi a blindare la società dalle accuse più infamanti: quelle di razzismo, nate dopo il maldestro video su TikTok. «Il Napoli ripugna ogni forma di discriminazione. Guai a chi si fosse permesso di usare un linguaggio razziale».
Il dietro le quinte del caso TikTok: «Victor era inviperito»
Ma se il razzismo non c'entrava, la rabbia di Osimhen era comunque reale e tangibile. Meluso ricorda quei giorni convulsi con la precisione di chi ha dovuto gestire una bomba a mano senza sicura. «Era letteralmente inviperito», racconta. Insieme a Nicola Lombardo, il DS dovette improvvisarsi pompiere per calmare un giocatore che si sentiva tradito dalla sua stessa comunicazione social. Un caso che superò i confini del calcio, arrivando fino ai palazzi del governo nigeriano. Un cortocircuito mediatico che, secondo Meluso, è stato cavalcato da molti, anche se scagiona il procuratore Calenda: «È sempre stato corretto».
Il Natale del rinnovo e i rimpianti di un DS "anestetizzato"
Il racconto di Meluso si sposta poi sulla gestione del contratto. Il rinnovo, arrivato quasi come un regalo di Natale fuori tempo massimo, era l'unica via per evitare il disastro economico di perdere il giocatore a parametro zero. Ma dietro le quinte, l'estate era già stata un labirinto di telefonate gestite in prima persona dal presidente De Laurentiis.
C'è spazio anche per l'amarezza personale. Meluso confessa di essere arrivato a Napoli quasi incredulo, dopo un anno e mezzo di stop. Un entusiasmo talmente grande da averlo, per sua stessa ammissione, «anestetizzato». Il rammarico è quello di chi sente di non aver potuto incidere come avrebbe voluto in un'annata dove tutto ciò che poteva andar male, lo ha fatto: dalla perdita di un pilastro come Zielinski alla mancata qualificazione in Champions, ferita ancora aperta per le casse e il prestigio del club.
