Cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. È questa l'esatta definizione della proprietà commutativa della moltiplicazione e spiega perché, passando dal padovano Daniele Chiffi al comasco Andrea Colombo (un po' di sano razzismo al contrario sarà pur lecito), il risultato in termini di errori e orrori ai danni del Napoli non è mutato, tanto da trasformare le apparenti sviste arbitrali in sicura e perfida strategia di Federazione e AIA.
Colpa del Napoli che espone il fianco a queste opportunità: se avesse giocato come è nelle sue corde (e come io mi ero augurato) avrebbe coperto il Verona di quella caterva di gol che il suo pubblico - anche sabato altri intollerabili episodi di discriminazione razziale sono avvenuti all'interno dello Stadio Bentegodi durante la partita e al triplice fischio finale - merita tutta. E invece, come ha detto Salvatore Biazzo, gli azzurri tirano fuori dal cilindro una ennesima "prova indegna", e danno la possibilità, a chi (Fulvio Giuliani, ndr) non aspettava altro per dire: "Una settimana a parlare di arbitri e a costruire alibi e il risultato è una partita a dir poco imbarazzante. Un ambiente maturo prenderebbe nota, invece si dirà che il goal subito nasce da un fallo non fischiato. Poi un lampo a partita finita non cancella l’imbarazzo. Se parliamo di calcio".
Dalle nostre parti si dice "cornuti e mmazziati" e l'espressione idiomatica ci sta tutta. Eppure il divino Antonio Conte, anche questa volta non impara la lezione e preferisce affermare, come se nulla fosse: "Alisson non dimentichiamo che non aveva fatto una partita da titolare allo Sporting Lisbona, poi viene da noi e gioca titolare, una domanda ce la dobbiamo fare. Dire grazie per quello che stiamo facendo". Del resto deve avere una inestinguibile pletora di estimatori (da cui io sono escluso a prescindere) se in tanti continuano a dichiarare che "senza di lui i partenopei sarebbero in serie C", o (peggio) che "i suoi cambi hanno permesso al Napoli di vincere la partita in terra scaligera".
Follia, oltre che due macroscopiche bugie. Preferisco di gran lunga il tecnico azzurro quando parla di tutto quello che ha "imparato al Napoli" - prima di tutto che quando stai dal lato debole del tavolo non smetti mai di essere un uomo del sud - o quando si lascia andare all'insulto di fine partita, spero con tutto il cuore rivolto ai razzisti e all'ineffabile arbitro dell'incontro. Ma su tutti il mio gradimento va a Romelu Lukaku che dice che "era morto prima di Napoli" e dopo il gol piange, come solo chi ha un cuore e sa farne buon uso.
