Allegri e la promessa silenziosa del restituire

Presentazione meno prorompente di quella di Conte, niente frasi a effetto ma una promessa precisa

allegri e la promessa silenziosa del restituire
Napoli.  

C’è un’arte sottile nella dissacrazione, una maestria quasi teatrale che si consuma non quando si alza la voce, ma quando si sceglie deliberatamente di abbassarla fino a renderla un sussurro. La presentazione di Massimiliano Allegri sul palcoscenico solenne del Teatro San Carlo di Napoli non è stata soltanto l'avvio di una nuova era tecnica; è stata, prima di tutto, una dichiarazione d’intenti filosofica e comunicativa, specchio deformante e antitetico rispetto a quanto vissuto non troppi mesi fa con l’avvento di Antonio Conte sotto l'ombra del Vesuvio.

La maniacalità del controllo contro l’ironia dei minimi sistemi.

Ricordiamo tutti la liturgia della presentazione di Conte: un "Amma faticà" scandito con precisione chirurgica, studiato nei minimi dettagli per aggredire lo stomaco di una piazza affamata, per indirizzare la narrazione fin dal primo istante. Quella del tecnico salentino è sempre stata una propensione quasi maniacale al controllo del messaggio, una semantica muscolare che nel corso della sua carriera ha partorito pietre miliari della comunicazione sportiva. Dal dogmatico "se vogliamo possiamo" dell'anno del primo scudetto, fino al celebre e cupo discorso sull'"accompagnare il morto" quando, nella seconda stagione, lo spettro di un disastro sportivo tra infortuni e limitazioni strutturali fu evitato solo grazie a un secondo posto strappato con i denti. Per Conte, la parola è un martello; la comunicazione, parte integrante del modulo tattico.

Al San Carlo, Massimiliano Allegri ha scelto di recitare un copione diametralmente opposto. Nessun botto pirotecnico, nessuna frase a effetto preconfezionata per i titoli dei telegiornali. Quasi nessuna frase degna del gergo dei teorici della lavagna tattica. Al contrario, il tecnico livornese è salito sul palco schernendo bonariamente i massimi sistemi calcistici, dissacrando i dogmi della modernità con la sua consueta e sorniona flemma: "La difesa è importante, così com'è importante il centrocampo così come l'attacco". Lapalissiano, quasi banale, eppure profondamente politico nella sua volontà di togliere sacralità e pressione a un ambiente che spesso di sola pressione si nutre. Non ha regalato il titolo facile ai taccuini, come ha ricordato anche il direttore del Mattino Chicco Di Vincenzo nel corso della diretta su Ottochannel Canale 16, preferendo la concretezza di chi conosce i tempi del calcio e diffida delle rivoluzioni urlate.

Dalla retrocessione del '98 agli scudetti scippati: l'ora del riscatto.

Eppure, in questa apparente assenza di sussulti comunicativi, il momento di massima tensione emotiva e intellettuale è arrivato su una sollecitazione precisa. Una domanda che affonda le radici nella memoria storica e ferita della tifoseria azzurra. Da un lato il ricordo del 1998, quando Allegri vestì la maglia del Napoli da calciatore in una delle stagioni più disastrose della storia recente del club, culminata con una dolorosa retrocessione; dall'altro, il suo passato sulla panchina della Juventus, legata a quel biennio di scudetti svaniti sul traguardo per gli azzurri, in particolare quello clamoroso e mai digerito del 2018. 

A quella domanda di Umberto Chiariello sul dovere morale di "restituire" qualcosa a una città che ha incrociato nei suoi momenti più amari, Allegri non si è nascosto dietro la retorica del professionismo distaccato. "Sono qui per restituire", ha risposto. Poche parole, asciutte, prive del fragore pop del dialetto o degli slogan motivazionali, ma cariche di un peso specifico enorme.

Una promessa silenziosa.

Se il manifesto programmatico di Conte era un richiamo alle armi e al sudore, quello di Allegri si configura come un patto d'onore sussurrato nei velluti del massimo teatro cittadino. Una promessa forse meno spettacolare, sicuramente meno spendibile nell'immediato sui social network, ma che, a tenerci fede, racchiude in sé il senso profondo di una sfida personale e professionale: chiudere un cerchio aperto trent'anni fa, trasformando i rimpianti del passato nella gioia del presente.