Può cambiare casacca, sedersi sulla panchina della Juventus e dispensare perle di filosofia calcistica all'ombra della Mole, ma c’è un filo invisibile e indissolubile che continua a legare Luciano Spalletti al recente passato azzurro. Nell'intervista rilasciata al quotidiano Tuttosport, il tecnico di Certaldo ripercorre le tappe della sua carriera per spiegare la pressione e il fascino della sua nuova avventura bianconera, lasciandosi andare a paragoni e ricordi che fanno inevitabilmente battere il cuore all'all'ombra del Vesuvio.
«A Napoli alleni una città»: il ricordo dell'amore azzurro
Ripercorrendo le sue tappe tra i club più prestigiosi d'Italia e la parentesi in Nazionale, Spalletti traccia una mappa ideale delle passioni calcistiche del Paese. Tra le tante piazze attraversate, quella partenopea resta unica nel suo genere per intensità e simbiosi:
«Alla Roma ho allenato una tifoseria, a Napoli alleni una città. All'Inter una tradizione, in Nazionale un popolo. Alla Juve alleni invece una mentalità: è la storia del calcio».
Una definizione che fotografa perfettamente quell'esperienza irripetibile culminata con il terzo Scudetto della storia azzurra, dove l'intera città si è fusa con la squadra guidata dal tecnico toscano.
L'elogio a Yildiz passa dal fantasma di Kvaratskhelia
Il passaggio più significativo per i tifosi del Napoli riguarda però le caratteristiche del gioiello bianconero Kenan Yildiz. Nel descrivere l'imprevedibilità e la classe pura del giovane talento turco, Spalletti non trova metro di paragone migliore se non quello con il suo ex pupillo Khvicha Kvaratskhelia:
«Yildiz mette la cromatura alle giocate, le fa luccicare. Ogni sua giocata è un manufatto di ingegno. È uno che rompe il sistema: non sa neanche lui cosa possa fare. Inizia l'azione, ma non ha un piano prestabilito su che finta mettere in atto. Per me è accostabile a Kvara: ha bisogno solo di giocare un altro po', ma lo vedo molto simile negli imprevisti che viene a creare».
L'orgoglio dell'eredità: «Decisivo per il georgiano e per Lobotka»
Nel rivendicare il valore del proprio lavoro e la capacità di plasmare i campioni, Spalletti inserisce a pieno titolo la spina dorsale del Napoli scudettato tra le tappe fondamentali della sua carriera da allenatore. Interrogato sui calciatori per i quali ritiene di essere stato davvero determinante, il nome di Kvaratskhelia si unisce a un altro pilastro del centrocampo azzurro:
«I giocatori per cui sono stato determinante? Pizarro ad Udine, Lobotka e Kvara a Napoli, Salah alla Roma e Cancelo all'Inter».
Tra le analisi sulla gestione delle pressioni (inclusi i 250 milioni di aumento di capitale in casa Juve) e le stoccate a Vlahovic («deve trovare equilibrio, si incasina da solo»), l'uscita di Spalletti conferma un dato di fatto: qualunque sia la sua destinazione presente o futura, il marchio di fabbrica impresso da "Don Luciano" all'ombra del Vesuvio rimane il vero termine di paragone della sua carriera.
