L'ultimo bollettino medico ha un nome e un cognome, ma soprattutto un conto che pagherà solo ed esclusivamente il club: Favasuli out due mesi. L’ennesimo infortunio rimediato lontano da casa, in uno di quei micro-raduni che sanno ormai di reperto archeologico, va ad allungare una lista nera che a Napoli conoscono a memoria — da Milik a Osimhen, passando per Anguissa, Rrahmani e Lobotka. Ma il quadro non è certo solo azzurro: chiedete al Bologna che perde Holm per sei mesi, o all'Udinese costretta a fare a meno di Zaniolo.
La sensazione è netta: le soste per le nazionali nell'era del calcio iper-professionistico non sono più una fisiologica parentesi romantica, ma un’anacronistica iattura.
E no, le recenti riforme non hanno risolto nulla. L’ultimo esperimento — quello di allungare la pausa a tre settimane per accorpare cinque o sei partite — si è rivelato la solita pezza a colori peggiore del buco. Cambia la forma, non la sostanza. Anziché tre stop ravvicinati ce ne sorbiamo due, ma uno di questi trasforma il campionato in un cantiere a cielo aperto per quasi un mese. I giocatori vengono catapultati da una nazione all'altra, per sud e nordamericani, asiatici e africani la trasferta va da un continente all'altro tra trasferte transoceaniche, sbalzi termici, jet-lag, cambi di alimentazione e stravolgimenti nei metodi di allenamento. Un frullatore atletico che per chi gestisce muscoli e patrimoni da decine di milioni di euro rappresenta una roulette russa quotidiana.
A nulla servono gli indennizzi economici introdotti dopo che furono invocati a gran voce dai presidenti come Aurelio De Laurentiis . Il Club Protection Programme offre un piccolo ristoro finanziario sul monte ingaggi, ma non restituisce i punti persi per strada, non riempie la casella dei gol mancati e non recupera la svalutazione del cartellino di un atleta fermo ai box. I club rischiano il proprio capitale e la propria stagione; le federazioni incassano i diritti e ringraziano.
La verità è che mezza misura non basta più. L’unica riforma dotata di una visione moderna e sostenibile sarebbe una sola: azzerare le soste infracampionato.
Immaginiamo un calendario pulito, lineare, razionale. I campionati di club partono a metà - fine agosto e si chiudono a fine aprile, magari portando finalmente la Serie A da 20 a 18 squadre per liberare date ed evitare tour de force insensati. Otto mesi di pura continuità tattica e atletica, senza interruzioni di flusso, senza spogliatoi svuotati ogni mese e senza l’ansia delle chiamate dallo staff medico delle varie Selezioni.
Poi, da maggio fino alla prima decade di giugno, il palcoscenico diventa interamente delle Nazionali. Un blocco unico di 40 giorni dove i Commissari Tecnici non dovrebbero più fare i maghi in raduni-lampo di 72 ore, ma avrebbero finalmente il tempo di allenare, plasmare un'identità tattica e giocare i propri gironi di qualificazione come vera e propria tournée o mini-torneo.
Ne gioverebbero le società, che tutelerebbero i propri investimenti. Ne gioverebbero i calciatori, liberati da un perenne e logorante "dentro-fuori" mentale e fisico. E ne gioverebbero perfino le Nazionali, che alzerebbero la qualità del proprio spettacolo.
Perché questo scenario non diventa realtà? Perché FIFA e UEFA temono di perdere la visibilità costante sul palinsesto televisivo lungo i nove mesi e perché la politica delle piccole federazioni ricatta le grandi leghe. Ma fino a quando le istituzioni internazionali continueranno a trattare i calciatori come limousine a noleggio per cui non pagano neanche la benzina, il conto salatissimo di questo sistema sconnesso continuerà a gravar sulle spalle di chi il calcio lo manda avanti ogni giorno.
