di Luciano Trapanese
Inviate a Facebook le vostre foto osè per prevenirne la pubblicazione. Sembra un paradosso, ma è il sistema che il popolare social network ha studiato per mettere fine allo stillicidio di porno vendette (revenge sex), che sta inquinando il web con conseguenze immaginabili e dagli esisti a volte anche drammatici (serve ricordare il caso di Tiziana Cantone?).
Del resto i numeri sono chiari: il 4 per cento degli utenti internet è rimasto vittima di una porno vendetta. La percentuale aumenta del 10 per cento quando si tratta di donne sotto i 30 anni.
Facebook ha valutato in un mese almeno 54mila episodi di revenge sex. Solo in gennaio sono stati disattivati 14mila account correlati a questo tipo di abuso sessuale. Trentatré dei casi esaminati riguardavano bambini.
Come funziona il sistema contro le porno vendette
Ma torniamo al sistema studiato da Facebook (che si estende anche a Instagram e Messenger). La questione riguarda in particolare le persone che hanno condiviso con il partner (o ex), immagini intime e sessualmente esplicite e temono che possano essere diffuse senza il loro consenso.
Inviando queste foto (o video) a Facebook, l'azienda converte le immagini in un'unica impronta digitale che permette di identificare e bloccare la pubblicazione.
Per ora questa “tecnologia di difesa” è stata sperimentata in Australia, in collaborazione con un'agenzia governativa diretta dal commissario per la sicurezza elettronica. Con questo sistema si è già consentito a molte vittime di impedire la pubblicazione delle foto. Nel progetto australiano agli utenti viene chiesto di compilare un modulo on line sul sito web del commissario per la sicurezza elettronica, indicando il motivo delle loro preoccupazioni. Le immagini in questione vengono inviate su Messanger, mentre l'ufficio notifica a Facebook la loro presentazione. A questo punto un analista del social network accede alle immagini per impedire che in futuro vengano caricate o condivise. Le foto verranno memorizzare per un breve periodo di tempo prima di essere eliminate.
Questa tecnologia è stata sviluppata nel 2009 da Microsoft per ridurre le immagini di bimbi abusati sessualmente e circolate più volte su internet. All'epoca però, bastava modificare leggermente la foto per sfuggire alla “censura”. Il nuovo sistema riconosce anche le immagini ritoccate, ed è in uso anche su Twitter e Google.
Di certo vietare la pubblicazione solo un social network non impedisce alle foto sex revenge di circolare altrove. Anche per questo il sistema dovrebbe essere esteso e attivato da tutti i social network e i motori di ricerca.
Si tratta comunque di un significativo passo avanti. Fino a qualche mese fa Facebook si era dimostrato impotente rispetto al fenomeno. Ha agito spesso lentamente, a volte per niente. Nonostante i ripetuti richiami e le denunce da parte delle vittime.
Nei prossimi mesi l'esperimento pilota australiano potrebbe essere esteso ovunque.
