di Luciano Trapanese
C'è una strana coincidenza tra l'imminente lutto cittadino per le 26 giovanissime ragazze nigeriane arrivate cadaveri nel porto di Salerno e la sempre più massiccia presenza di ragazzine prostitute, sempre nigeriane, lungo la litoranea, tra Fuorni ed Eboli.
C'è una solidarietà non di facciata, istituzionale e tra i cittadini, per la tragedia che si è consumata in mare. Per quelle ragazze annegate dopo aver subito – come sembrano avvalorare le autopsie – violenze fisiche gravi e ripetute.
E c'è un silenzio totale, per la tragedia continua alla quale vengono sottoposte centinaia di ragazzine, del tutto simili alle vittime del naufragio, costrette a vendersi per tutto il giorno a maschi italiani.
O meglio: più che silenzio, c'è indignazione. Rabbia. La famosa questione del decoro urbano. La legittima esasperazione di chi abita nelle zone dove si celebra, di giorno e di notte, quello squallido mercato dei corpi.
Ma nessuna pietà per quelle ragazzine. Vittime di una violenza selvaggia. E approdate su navi come la Cantabria, la stessa che ha trasportato quel carico di morte e dolore.
Probabilmente molte di quelle ventisei ragazze annegate, avrebbero infoltito la schiera di lucciole che illumina la notte sulla litoranea. L'altra faccia della sfavillante kermesse natalizia salernitana, che tutti conoscono e nessuno vuole vedere.
Dovremmo avere nei confronti di quelle ragazzine della litoranea, la stessa pietà mostrata per le vittime del naufragio. La stessa considerazione. Lo stesso rispetto. Muoiono lentamente per mano di mercanti di esseri umani e nel nome di un piacere concesso per pochi euro.
E invece, nulla. Quella umana pietà dovrebbe convincerci tutti, a partire dalle istituzioni, che non è tollerabile sopportare quella sofferenza così esibita. E non – ci ripetiamo – per una mera questione di decoro. E neppure per rispondere alle – ribadiamo: legittime – lamentele dei residenti.
E' in gioco molto di più.
Sappiamo che molte di quelle ragazzine hanno tra i quindici e i sedici anni. Quasi tutte non arrivano a venti. Sono state prelevate nei villaggi più poveri della Nigeria. Molte di loro sono state acquistate dalle famiglie alla fame. Altre convinte a partire con il “sogno” di una vita migliore.
Un mese fa il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, ha lanciato un allarme: ci sono ragazze dei centri di accoglienza che escono e vanno a prostituirsi. Aggiungendo una minaccia: se fosse vero prenderemo dei provvedimenti. Il che poteva significare: chiuderemo quei centri.
Ci poteva anche stare. Ma il punto è sempre un altro. Il problema – in questo caso – non sono quei centri, ma gli sfruttatori che costringono le ragazze a vendersi. Sfruttatori che restano perennemente nell'ombra. Non ricordiamo di indagini che hanno colpito al cuore i trafficanti. E neppure inchieste – recenti – che hanno scalfito l'organizzazione.
Qualche retata, qualche foglio di via, le multe ai clienti, periodi di pattugliamento. Poi, stop. Tutto come prima. Peggio di prima.
Anche ora. Mentre in un obitorio si cerca di capire perché quelle ventisei ragazze sono morte. E quando arriverà il giorno dei funerali, la città si fermerà per qualche ora, le luci d'artista saranno spente in segno di rispetto. Ma continueranno a luccicare nella notte le fiammelle di quelle altre ragazze, quelle sopravvissute al naufragio. E costrette a morire lentamente sulle nostre strade. Nell'indifferenza.
