“Un momento brutto, avremmo voluto non essere qui ma abbiamo dovuto essere qui per far capire alle nostre sorelle che noi c'eravamo almeno in questa ora di morte”. A dirlo ai microfoni di Otto Channel è Fatiha Chakir, Vicepresidente della Consulta degli Immigrati di Salerno e membro dell'Assemblea Costituente Islamica. “Queste ragazze hanno perso tutto, hanno perso la vita in un viaggio bruttissimo.
Questo deve essere un messaggio per le persone che dicono “perchè non restano al loro paese” - continua Fatiha – loro non restano al loro paese perchè lì c'è la disperazione. Sanno di andare in contro alla morte, ma lo fanno per provare a sopravvivere.
Loro – e si riferisce ai 26 corpi senza vita delle giovani nigeriane sepolte oggi al cimitero di Salerno -non ce l'hanno fatta, loro sono rimaste da sole nella morte. In questo ultimo viaggio, ma almeno sanno che siamo rimasti vicini a loro. Era un nostro dovere di esseri umani.
Nonostante la religione, nonostante la nazionalità, siamo tutti fratelli, tutti figli di un unico Dio. Alla fin fine poi la morte è uguale per tutti – dice Fatiha -. La disperazione, le tragedie, nonostante tutte le problematiche che abbiamo, noi oggi eravamo vicini.
Ed è un messagio di integrazione quello che vuole lanciare il vicepresidente della comunità islamica -. “Non c'era Allah o Gesù, ma un unico Dio un unico padre.
Questa è integrazione, è un piccolo gesto, ma grande per tutti noi. Queste ragazze almeno hanno avuto una degna sepoltura, di solito c'è la fossa comune o vengono fatti i rimpatri. Questa volta invece Salerno ha aperto il cuore. Facendo capire che sono pronti nell'accoglienza. Bisogna capire che la gente come queste povere donne non scappa per turismo, scappano per salvarsi.
A Salerno stiamo cercando di fare accoglienza. L'accoglienza comincia con la conoscenza – precisa Fatiha -. Dobbiamo capire le problematiche che spingono queste persone a fuggire dalle loro vite, dai loro cari. Ad Eboli è nato un cimitero islamico. Integrazione è anche questo.
Dobbiamo farla accogliendo l'altro. Bisogna capire che ci sono poi diritti e doveri e il rispetto per la terra che li sta accogliendo. Queste sono 26 donne, 26 mogli, 26 madri. Sono 26 mondi, questo spetta a noi capirlo. Gente pronta a rischiare il bene più grande che hanno, che è la vita. Quindi massimo rispetto per tutte queste persone”.
Sara Botte
