Una bella domenica, stranamente calda. La ricordano così i salernitani. Molti erano davanti alla tv a vedere Inter e Juventus. In molti erano stati allo stadio Vestuti per seguire la Salernitana, impegnata contro la Turris (con pareggio nei minuti finali). Poi alle 19.35 il boato. Era la sera del 23 novembre del 1980.
Un’onda sismica del settimo-ottavo grado della scala Mercalli, equivalente ad una magnitudo fra 6,5 e 6,8 della scala Richter attraversò l’Appennino meridionale, tra Campania e Lucania. Epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. La potenza che si generò per interminabili 90 secondi distrusse interi paesi.
Fece crollare come burro palazzi. In città si scatenò caos e poi un irreale silenzio. Molti ricordano un cielo rosso. Una luna grande, che illuminava il buio. La luce era saltata. Come le linee telefoniche, solo le radio si potevano ancora usare. I radioamatori furono i primi a lanciare l'allarme. Le persone si riversarono in strada. Molti erano a cinema, all'Augusteo, al cinema Astra, al Capitol. Sul corso Vittorio Emanuele vetrine rotte, gente che si abbracciava o inginocchiata a pregare. Su tutti la paura e la certezza che la vita come la conoscevano sarebbe cambiata per sempre. Poi un'altra scossa alle 20.42. Iniziarono ad arrivare in città e nei quartieri le notizie dai paesi vicini.
La prima conta delle vittime. Saranno 2.914 i morti, 280.000 gli sfollati, 8.848 i feriti, 362mila le abitazioni distrutte o danneggiate. Questo il tragico bilancio del terremoto. Nel salernitano 674 le vittime. Palazzi e abitazioni sbriciolate a Baronissi, Cava de' Tirreni, Lancusi, Nocera. Nei paesi la gente racconta che le case sembrava si toccassero tra loro in quegli interminabili secondi. In tanti erano ancora vivi, sepolti sotto alle macerie. L'Alto Sele devastato. Laviano, Colliano, Castelnuovo di Conza.
La gente scavava a mani nude sotto le macerie, al buio. A Laviano, distrutta dal sisma, un uomo venne fuori dopo 10 ore dai detriti della sua casa e poi estrasse i suoi familiari. Il giorno dopo arrivò l'esercito. Arrivarono volontari da tutta Italia, poi anche dall'estero.
Ma non si era pronti a quello che ci si trovava di fronte. Mancavano le bare, i cimiteri erano pieni. Poi si iniziarono a seppellire i morti e a celebrare messe all'aperto. Disorganizzati soccorsi. Pieni gli ospedali. La gente in città racconta che si dormì in macchina, forse per 20 giorni. Racconta di come quella tragedia avvicinò le persone, persone che non si conoscevano che si facevano forza tra loro, tra i ritardi delle istituzioni.
L'allra presidente Sandro Pertini durante un'edizione straordinaria del tg2 il 26 novembre disse: "Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levano gemiti, grida di disperazione dei sepolti vivi". Denunciò con forza il ritardo dei soccorsi che arrivarono in molte zone solo dopo cinque giorni. Poi la ricostruzione, i fondi per lo sviluppo e quello che ne seguì. Vite cambiate per sempre dopo quel boato irreale dal quale sono passati ormai 37 anni.
Sara Botte
