di Luciano Trapanese
Le norme sulla prostituzione in Italia sono molto più che ambigue. Oltre a non dettare alcuna regola a un mercato enorme, tollerano sfruttamenti che sfociano nella totale schiavitù.
I bordelli "pop up"
A Londra hanno appena scoperto quello che da noi è ormai consuetudine: i bordelli “pop up”. Appartamenti che ospitano per qualche settimana professioniste del sesso: dopo un po' le ragazze si trasferiscono altrove, per poi cambiare ancora. Case a luci rosse itineranti. Che sono illegali e – paradossalmente – espongono le donne a rischi enormi. Alcune sono state picchiate e rapinate. Con i malviventi che hanno agito in sicurezza: sapevano che non sarebbero stati denunciati.
Il dibattito è aperto in Inghilterra. Anche perché l'Irlanda del Nord ha legalizzato la prostituzione nel 2015, eliminando almeno alcuni rischi.
Ma da noi, in concreto, cosa prevede la legge?
Partiamo da una certezza: nel nostro Paese la prostituzione è legale. E' possibile configurare in un reato solo l'induzione e lo sfruttamento.
Il che significa che è legale consumare un rapporto sessuale con una “professionista” in casa o in qualsiasi altro luogo, purché non sia in pubblico, in quel caso scatta la sanzione amministrativa degli “atto osceni”.
Ma non solo. E' legale anche affittare consapevolmente una casa a una prostituta. Il condominio può opporsi sono se il regolamento – approvato all'unanimità – vieti esplicitamente la locazione alle escort. Naturalmente se il costo del fitto non sarà molto superiore ai prezzi di mercato, in caso contrario potrebbe scattare lo sfruttamento.
E ancora. Forse non lo sapete, ma non esiste nessuna ragione per segnalare alle forze dell'ordine la presenza di una donna che vende piacere in un appartamento o anche sul marciapiede. Sempre se tutto questo non supera i limiti del pudore. Traducendo: se non è seminuda e se non adesca con atteggiamenti espliciti la clientela.
A questo punto c'è l'inevitabile domanda.
Ma se la prostituzione è legale, i proventi dell'attività vanno tassati?
Sì, almeno secondo una recente pronuncia della Cassazione. Che sancisce «l'obbligo per le libere professioniste di emettere scontrino o fattura per ogni prestazione». Anche qui – comunque – siamo nel pieno dell'ambiguità normativa. Anche perché secondo il diritto civile il contratto è nullo. E cioè, in caso di una prestazione che è al di sotto delle aspettative non è possibile fare causa per ottenere una riduzione del prezzo concordato. Eppure l'agenzia delle entrate – come si è visto in alcuni casi – prevede il pagamento delle imposte.
Questa interpretazione coincide con quella già fornita dalla Unione Europea. Le escort – come tutti – devono pagare Iva e Irpef, da addebitare al cliente al momento del pagamento. Per la Corte suprema i guadagni delle prostitute non vanno qualificati come redditi di impresa, ma come «redditi diversi derivanti dall'attività di lavoro autonomo non esercitata abitualmente o dalla assunzione di obblighi di fare».
E quindi, per le normative in vigore in Italia, prostituirsi non è reato, farlo in un appartamento neppure, si può affittare un locale a una o più professioniste senza incorrere in problemi giudiziari. Professioniste che sono tenute a pagare le tasse ed emettere fatture o scontrini per ogni prestazione.
Normative e pronunce della Cassazione che inquadrano in una cornice legale il mestiere, ma che poi in realtà si producono – e non solo nella percezione comune – in tutt'altro.
Evidenziano due paradossi.
Il primo: la prostituzione resta un'attività border line. Le operatrici non hanno nessun riconoscimento legale, non possono attivarsi in cooperative, non possono versare contributi per la loro attività. Quindi, sarebbero “costrette” a pagare le tasse, senza però ricevere nulla in cambio.
Il secondo: questa ambiguità consente di tollerare lo sfruttamento selvaggio di tante straniere sulle nostre strade, anche minorenni. Laddove vengono calpestati diritti umani, commessi reati (sfruttamento, riduzione in schiavitù, violenza su minori e reati legati all'immigrazione clandestina).
Ambiguità, paradossi e omissioni che sono davvero sconcertanti. Soprattutto per un fenomeno in continua crescita (e non consideriamo un altro aspetto dirompente: la prostituzione virtuale, quella on line).
Prostituzione in Italia: numeri sconcertanti
Si stima che il numero di prostitute attive in Italia oscilli tra le 75mila e le 120mila. Il 65 per cento lavora in strada. Il 37 per cento è minorenne (in molti casi sono straniere. E su questo aspetto c'è un dato impressionante: il numero di ragazze nigeriane è aumentato negli ultimi mesi dell'800 per cento). I clienti sono circa nove milioni (che spendono in media cento euro al mese) per un giro d'affari – compresi locali, privè e indotto - che sfiora i quattro miliardi l'anno.
Negli ultimi anni si è ridotto il numero delle ragazze attive per strada. Non è necessariamente una buona notizia. Soprattutto per le ragazze sfruttate e schiavizzate: sono ancora più invisibili.
La questione è rilevante. Riguarda un numero importante di donne. Eppure il dibattito si arena immancabilmente. Siamo fermi alla legge Merlin, che il prossimo anno compie 60 anni. Nel frattempo tutto è cambiato. Ma molti non se ne sono accorti.
