Reintegro Cagnazzo, Antonio Vassallo: "Pesa sulla credibilità delle istituzioni"

Lo sfogo del figlio del sindaco pescatore

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Pollica.  

"Continuo a sperare che la verità venga riconosciuta fino in fondo e che la giustizia, alla fine, presenti il suo conto". Lo ha scritto sul suo profilo social Antonio Vassallo, figlio del sindaco pescatore Angelo, commentando la decisione presa dal Tar del Lazio in merito al reintegro in servizio di Fabio Cagnazzo, carabiniere indagato per l'omicidio del primo cittadino di Pollica.

"Negli anni abbiamo ascoltato tante parole: fiducia, forza, coraggio. Parole importanti, che però a volte si perdono per strada, quando ti rendi conto che il sistema in cui vivi non è sempre all’altezza dei valori che proclama", scrive Vassallo sui social. "In questi giorni ho riletto con attenzione il lavoro della Procura, per fare memoria e comprendere ancora meglio ciò che è accaduto. Invito chiunque dica di voler conoscere la verità a fare lo stesso, perché non è un’opinione ma è scritta negli atti. Per molto tempo ho vissuto nella confusione. Il mio unico desiderio era conoscere i colpevoli e la giustizia, qualunque forma avesse preso, sarebbe venuta dopo".

"Oggi - aggiunge Antonio Vassallo - sento di aver raggiunto quella consapevolezza. Non per rabbia, ma per studio, per rispetto, per amore della verità. Per questo il reintegro in servizio di un imputato per l’omicidio mafioso di Angelo Vassallo non può essere considerato un atto neutro. Nessuno mette in discussione la presunzione di innocenza, principio fondamentale dello Stato di diritto. Ma lo Stato è parte civile in questo processo, e le istituzioni hanno anche una responsabilità morale e simbolica. Restituire una divisa prima che la giustizia faccia il suo corso è una scelta che pesa. Pesa sulla memoria, pesa sulla credibilità delle istituzioni, pesa su chi continua a credere che legalità e coerenza debbano camminare insieme. Continuo a sperare che la verità venga riconosciuta fino in fondo e che la giustizia, alla fine, presenti il suo conto. Non per vendetta, ma per rispetto. Per la memoria. Per lo Stato stesso".