di Andrea Fantucchio
«Un boato terribile. Ero da un amico a vedere Juve Inter quando il terremoto fece tremare la città. Intorno al mio palazzo che era rimasto in piedi, in Piazza Libertà, c'erano morti e distruzione. Macerie ovunque. Ma fu il giorno successivo, quando la Torre dell'Orologio crollò, che Avellino si fermò tutta a guardare in alto in un interminabile “ohhhh” di dolore. Era la consapevolezza della tragedia». Mario Perrotta, ci racconta quel terribile 23 novembre del 1980. (La foto di copertina è presa dall'archivio del sito "Avellinesi.it")
Con l'incredibile incisività di chi il dramma del terremoto lo porta inciso addosso.
Una generazione, quella che si confrontò col sisma, educata dalla tragedia a mostrare uno spirito di solidarietà e tenacia che poi avrebbe rappresentato la spina dorsale che ha sorretto la città di Avellino nella sua risalita.
«La prima notte successiva al terremoto – racconta Mario - ho dormito in macchina in Piazza Libertà, mentre nei palazzi di via Generale Cascino si recuperavano le vittime. La mattina presto, ricordo bene la nebbia e il freddo, partimmo per Arcella. Mio padre non voleva farci vivere quelle scene di dolore. Con la macchina scendemmo verso Atripalda evitando via Nappi (inagibile) costeggiando l'attuale palazzo della Provincia, piazza Garibaldi e poi piazza Kennedy. Ricordo la fotografia di una città ferita al cuore»
Mario rimase ad Arcella per due mesi prima di tornare ad Avellino. La città era ancora sconvolta dal sisma. Ma la scuola riprese nonostante tutto.
«Frequentavo il Liceo Scientifico – racconta Mario – facevamo i doppi turni. Poi a febbraio il terremoto ci terrorizzò ancora tutti. Capimmo che c'era un'altra scossa quando la gente in strada si fermò a guardare i palazzi. Fortunatamente stavolta l'intensità del terremoto fu minore. E la scossa più breve».
Il terremoto ha inevitabilmente influenzato la vita di Mario.
«Abbiamo vissuto – racconta Mario – in una città che dopo il boom degli anni '60 e '70 era stata menomata dal sisma e derubata anche del proprio presente. Poi ci siamo rimboccati le maniche sperando in un avvenire diverso. Anche se credo che degli errori siano stati fatti. I danni causati dalla ricostruzione al centro storico sono maggiori di quelli compiuti dal terremoto. E credo anche che crescere in una città così profondamente segnata dal sisma abbia minato il senso di appartenenza delle nuove generazioni che invece avrebbero a mio avviso la necessità di ripartire proprio dalle esperienze passate. Per costruire un futuro differente»
