Qualche anno fa titolavamo ”Una buona notizia” la nascita di Ottopagine nel Sannio.
Eravamo convinti allora e lo siamo oggi che la nascita di un giornale fosse per il territorio uno strumento di crescita e di sviluppo al quale avevamo l’ambizione di voler contribuire. Lo avevamo dimostrato un anno prima rilevando, nel pieno di un irreversibile calo delle vendite dei giornali, un quotidiano in crisi conclamata; cosa che nessun editore men che folle avrebbe preso in considerazione di fare. Nel tempo abbiamo costruito il nostro modo di fare informazione raccontando un territorio nelle sue peculiarità e bisogni adeguando l’informazione stampata alle esigenze dettate dal linguaggio globale. Non siamo qui ora a lodare e vagheggiare il buon tempo antico del giornalismo della carta stampata, discettando di quell’ “insuperabile” modello. Qualità e affidabilità riguardano tutti i canali editoriali, indipendentemente dal contenitore.
E se gli stili di consumo dei Media cambiano rapidamente noi non ci siamo sottratti al confronto con l’innovazione investendo in un progetto editoriale caratterizzato da ricerca e sperimentazione volte al miglioramento continuo del giornale . Ma oggi non siamo qui a dirci se o quanto siamo stati bravi.
I risultati non sono stati quelli attesi. Prenderne atto è relativamente facile; ricercarne le cause sicuramente piu’complesso. Il giornale, per cominciare, è fatto per essere venduto. In Italia, nell’arco degli ultimi sette anni, le vendite medie giornaliere sono diminuite di oltre1,6 milioni di copie;tra il 2011 e il 2013 sono scomparse 50 testate quotidiane. Oggi non sacrifichiamo foreste per fare miliardi di giornali che denunciano il disboscamento delle foreste... come ironizzava amaramente Prevet, ma è l’informazione su carta stampata che sembra desinata ad estinguersi, come ha sostenuto tempo fa The Economist. La diffusione mondiale dei quotidiani è calata del 2,2%. Il 2013 ha registrato i dati più negativi per diffusione cartacea, lettura, pubblicità e livelli occupazionali.
Il numero dei lettori è sceso a 20,6 milioni rispetto ai 24,9 della fine del 2011. La riduzione degli introiti pubblicitari, i costi di gestione gravati dall’elevato numero di copie invendute fanno il resto.Tutto questo non ha risparmiato naturalmente l’editoria locale ne’ Ottopagine.
Colpa dell’informazione via web, si risponderà. Che coinvolge il lettore nella contemporaneità che randomizza il pensiero chiuso in un pigro clik.
La risposta deve essere necessariamente più articolata, non fermarsi ad evocare una anacronistica contrapposizione che la gestione redazionale integrata fra prodotto stampato e di- gitale, punto di forza dei sistemi editoriali, oggi non giustifica. Grava poi su tutto la mancanza di una di una seria politica di sostegno all’editoria. Si erogano contributi e non incentivi all’innovazione come invece sarebbe utile e auspicabile.
La crisi delle imprese editoriali locali - e non solo - si sta consumando nell’assenza di un necessario dibattito politico e culturale, nell’indifferenza dei piu’ e, nel caso di Ottopagine, spiace rilevarlo, nel silenzio dei rappresentanti politici e istituzionali del territorio. Forse questi per primi non hanno sentito un giornale locale come una risorsa di questa comunità. Un giornale che l’editore ha voluto libero, indipendente, amico di Platone ma più ancora della verità, non ha trovato in loro portatori d’interesse.
Ma se le responsabilità sono distribuite e le cause non tutte facilmente identificabili, le conseguenze sono gravi per tutti. In diversa misura, certo. A partire da un impoverimento del pluralismo che è quel valore che garantisce a tutti il diritto di esprimersi e di partecipare allo sviluppo del Paese e di cui le testate locali sono vitale espressione .
Noi pensiamo di aver mantenuto l’impegno assunto il 31 dicembre 2011. Crediamo di essere stati fedeli ad un progetto editoriale dal quale non abbiamo derogato cedendo parti di qualità e al quale restiamo fedeli nella prosecuzione delle nostre attività editoriali. Ma oggi dobbiamo fare i conti con la realtà e la realtà effettuale non rende piu’ sostenibile la pubblicazione del giornale. L’ultimo quotidiano uscirà nel 2043, profetizza Philip Mayer. Non sappiamo quale sarà il futuro della carta stampata ma le esperienze già in atto sconfessano apocalittiche profezie e l’editoria sta già disegnando il futuro con prodotti innovativi, a stampa ibridi, giornali multisensoriali e quanto puo’ rendere ancora competitiva l’informazione su carta.
Ottopagine chiude oggi la sua storia lunga 20 anni. Non è una buona notizia. Ma Voltaire am- moniva: ”Chi non ha lo spirito della sua epoca, della sua epoca ha solo la sventura”. Con Ottomedia continueremo a leggere e a interpretare il nostro tempo. Con la voglia di provare, resistendo al fascino di pessimismi e passioni tristi.
Lucia Vigorito
