«Promuovete mio figlio o vi picchio». La scuola dei deficienti

Genitori disposti a tutto pur di non ammettere che i figli non studiano. Prof aggrediti, insultati

La difesa a oltranza viene prima dell'educazione. Le conseguenze arrivano dopo...

di Luciano Trapanese

Come molti della mia generazione a scuola – le elementari -, il maestro ci puniva con le bacchettate sulle mani. Dieci: cinque per mano.

I nostri genitori lo sapevano. E per chi si lamentava la risposta era sempre la stessa: te le sarai meritate.

La mia generazione è stata l'ultima a fare l'esame in seconda elementare. Nella mia classe ci furono cinque bocciati. Nessun papà a protestare. Nessuna mamma indignata.

Come mai molti genitori di quella generazione (ma anche più giovani), ora sono pronti a tutto pur di difendere sempre e comunque i loro figli? A contestare i professori per un voto. A ricorrere in tribunale per una bocciatura. Ad alzare le mani sugli insegnanti. Senza mai mettere in discussione le qualità e l'impegno dei figli?

La storia della maestra presa a schiaffi per un sei (vicenda che dal punto di vista giudiziario resta aperta e le versioni sono contrastanti), ha suscitato sui social tanti commenti. E, sembra un paradosso visto l'andazzo, molti sono stati i post critici nei confronti dei genitori giustizieri, quelli pronti a tutto per difendere sempre e comunque i loro pargoli.

La questione è seria, estesa e diffusa in tutta Italia. Trasversale tra tutte le classi sociali.

Segnala il decadimento di una istituzione (quella scolastica), di una professione (quella di insegnante), del ruolo della famiglia (dove si confonde la difesa a oltranza con l'educazione).

Non ci auguriamo il ritorno alle bacchettate. E neppure alle umilianti punizioni dietro la lavagna.

Quelle sono retaggio di un'Italia a dir poco antica (il mio maestro era prossimo alla pensione, aveva iniziato a usare i suoi metodi nell'immediato dopoguerra).

Ma la situazione attuale è forse anche peggiore. Basta farsi un giro in molte scuole. Il rispetto per la figura dell'insegnante si è disintegrato. Ed è spesso complice l'atteggiamento della famiglia.

Quante volte qualcuno di voi avrà detto da ragazzino: vado male perché quel professore mi ha preso di mira.

Se lo raccontavate ai vostri genitori la risposta era scontata: e tu studia.

Se la stessa frase la riferisce oggi un qualsiasi studente, il papà o la mamma di turno prende subito a cuore le “difficoltà” del povero cucciolo, e lo rassicura: non ti preoccupare, ci penso io.

Un atteggiamento a dir poco sbagliato. Nei confronti dell'insegnante e soprattutto dei figli.

Quando il ragazzo – cresciuto – dovrà misurarsi con la dura realtà del lavoro (se lo trova), con gerarchie, lotte, sgomitamenti selvaggi e magari un capo che davvero ti bersaglia, cosa farà? Correrà da mammina a chiedere aiuto? Del resto lo ha sempre fatto. O più semplicemente getterà la spugna, con un laconico «non è il lavoro per me, quelli sono tutti deficienti».

La scuola, con le sue regole, le sue inevitabili piccole “ingiustizie”, il confronto con altre personalità che non siano gli accomodanti familiari, dovrebbe essere comunque una palestra di vita.

I genitori che credono di spianare la strada ai loro ragazzi, assecondandoli e protestando sempre e comunque contro gli insegnanti, stanno tradendo il loro compito. E “costringendo” i figli a crescere senza la capacità necessaria di reagire anche alle bastonate della vita. Che sono puntuali e sempre in agguato.