Tumore a Biagio Cava: in carcere non è stato curato

Sul caso indaga la procura di Milano. Primi interventi un anno dopo i sintomi

Ma non è certo l'unico caso in Italia. La storia del 66enne di Marzano. E i numeri impressionanti sulla popolazione carceraria. «Si entra sani e si esce malati». O morti.

di Luciano Trapanese

In carcere per morire. Di malattia. I casi si stanno drammaticamente moltiplicando. L'ultimo riguarda un boss, Biagio Cava, morto il 28 novembre per un tumore al cervello. La procura di Milano ha aperto un'inchiesta per accertare se il 62enne abbia ricevuto le cure necessarie o se invece, per imprudenza, imperizia e negligenza, sia stato lasciato morire.

La storia clinica del capoclan è semplice. Avverte i primi sintomi della malattia mentre è recluso nel penitenziario di Bancali, a Sassari, in regime di carcere duro. E' la primavera del 2016.

La malattia sarà accertata solo nell'aprile dell'anno dopo e solo dopo le continue sollecitazioni dell'avvocato difensore, Raffaele Bizzarro, che convince i medici a sottoporre il detenuto a una tac.

E' passato un anno.

Ma non solo: la documentazione sullo stato di salute di Cava non sarebbe stato trasmesso al tribunale di sorveglianza.

Il 26 maggio il boss si sottopone a un delicato intervento chirurgico. Si dispone il trasferimento di Cava nel carcere di Opera, a Milano, dove c'è una sezione ospedaliera. Nel frattempo c'è un nuovo no alla richiesta di sospensione della pena in carcere. Solo quando le sue condizioni si aggravano in modo irrimediabile, i giudici accolgono l'istanza dell'avvocato Bizzarro e il boss viene trasferito a Quindici. Morirà poco dopo, al Cardarelli di Napoli.

Si poteva salvare? Chissà, forse no. Ma avrebbe potuto essere curato con un anno di anticipo. E la questione riguarda il diritto alla salute dei detenuti. Che sia un boss, un colletto bianco o un ladro di galline.

Nei giorni scorsi abbiamo scritto di un altro caso. Molto simile. Si è verificato nel carcere di Bellizzi. Riguarda un detenuto di 66 anni, di Taurano. I familiari, rappresentati dagli avvocati Annibale e Carolina Schettino e Antonio Mercogliano, ritengono che il detenuto sia morto a causa di un tumore diagnosticato con un anno di ritardo.

Come nel caso di Biagio Cava.

Come detto, non si tratta di casi isolati. Anzi. L'associazione Antigone, che si occupa di diritto alla salute e il difficile accesso alle cure mediche nelle carceri italiani, ha riscontrato negli ultimi mesi un forte incremento di segnalazioni. Oltre a fornire i dati sul numero dei suicidi in cella, spesso legati alla mancata cura di patologie psichiatriche (che riguardano una percentuale molto alta di reclusi).

C'è un dato che e preoccupa, e molto. Ed è riferito alle sole malattie infettive: nelle prigioni italiane sono malati due detenuti su tre. E i Lea (livelli essenziali di assistenza), non sono garantiti in tante strutture penitenziarie.

Qualche numero: su centomila detenuti, 5mila hanno l'hiv, 6mila e 500 sono portatori attivi di epatite B, e tra 25 e 30mila di epatite C. Mentre il 34 per cento dei reclusi stranieri è portatore latente di tubercolosi.

Questo per le malattie infettive. Le altre patologie ad ampia diffusione sono le malattie osteoarticolari (17 per cento), cardiovascolari (16 per cento), problemi metabolici (11 per cento), malattie dermatologiche (10 per cento).

Sono numeri impressionanti. Che mettono seriamente a rischio il diritto alla salute che dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini, detenuti inclusi (come sancisce l'articolo 32 della Costituzione).

«Quella carceraria è una popolazione molto giovane che presenta problemi molto gravi - ha evidenziato il presidente della Simspe, Sergio Babudieri -. E spesso i dati ufficiali sottostimano la situazione effettiva. E' una vera emergenza, perché la tutela della salute nelle carceri è un problema di salute pubblica, in quanto si traduce sull'intera collettività. C'è poi un problema di carattere istituzionale, perché le Regioni non riescono ancora a penetrare e comprendere i meccanismi sanitari che operano nel carcere».

Le conseguenze sono evidenti. Senza contare che in Italia si entra spesso in carcere sani e si esce malati. Non proprio da Paese civile.

Oltretutto c'è una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (sette febbraio 2012), che ha già condannato l'Italia: gli Stati hanno l'obbligo di assicurare ai detenuti un trattamento che garantisca il rispetto della piena dignità dell'uomo. E così, le autorità devono mettere in campo trattamenti idonei per evitare che la salute dei detenuti peggiori. Se lo Stato non assicura cure mediche appropriate incorre nella violazione della Convenzione sui diritti dell'uomo.