di Andrea Fantucchio
Un cancro diagnosticato con un anno di ritardo, un'ipotesi di reato di omicidio colposo a carico dell'ufficio sanitario del carcere di Bellizzi Irpino. E' parte di un corposo fascicolo finito sulla scrivania del sostituto procuratore presso il tribunale di Avellino, Luigi Iglio.
A presentare la denuncia i figli e i fratelli di un ex detenuto del penitenziario irpino, assistiti dai penalisti Annibale Schettino, Carolina Schettino e Antonio Mercogliano.
«Ricorso respinto nonostante l'età e le malattie»
L'uomo, 66enne di Taurano, era stato condannato a quattro anni di reclusione nel maggio 2016. Era stata proposta l'attenuazione della misura cautelare. Richiesta motivata dall'età avanzata dell'imputato e dal fatto che fosse affetto da varie patologie fra le quali «diabete in stato avanzato, cardiopatia, deambulazione ridotta e male all'addome».
Il magistrato di sorveglianza aveva respinto l'istanza anche alla luce di un parere medico dell'ufficio sanitario del carcere. Non era stata evidenziata «alcuna sorta di gravità nella sintomatologia denunciata dal paziente».
La richiesta era stata poi respinta anche dal tribunale distrettuale di Sorveglianza di Napoli il 14 marzo 2017, nonostante la relazione sanitaria del consulente medico della difesa. Secondo la quale l'uomo, durante le visite dei parenti in carcere, aveva riferito «di avere dolore alla gambe e allo stomaco. Oltre a degli attacchi di diarrea che continuavano nonostante fosse stato curato con lo spasmex (farmaco per coliche e contrazioni). I familiari, preoccupati, avevano incaricato il consulente medico legale per una visita in carcere e lo specialista aveva confermato di procedere agli esami clinici con tac e altri accertamenti».
Erano state evidenziate alcune lesioni, controlli solo un anno dopo
Inoltre si contesta quanto venuto fuori da un'ecografia alla quale il detenuto è stato sottoposto. Nel cartella clinica si legge il 19 marzo, ma l'uomo in quella data non era in carcere. I denuncianti collocano gli esami tre mesi dopo: 19 giugno.
Esame nel quale «sono state evidenziate alcune lesioni pericentrometriche». Lo specialista avrebbe così consigliato ulteriori esami.
Accertamenti arrivati, però, solo dopo: nell'aprile di quest'anno. Quando un'altra Tac ha evidenziato come «quelle stesse lesioni risultino essere un cancro pancreatico che aveva invaso tutto l'addome».
Secondo l'accusa, «non sarebbe stata portata all'attenzione del magistrato di sorveglianza la richiesta di approfondimento diagnostico del 19 giugno e del 27 aprile».
Oltre all'«assenza di una totale terapia idonea a curare quelle lesioni che potevano essere invece trattate con chemioterapia o altre terapie adeguate».
Le accuse a carico del personale medico
Di qui l'accusa a carico dei medici di aver causato la morte dell'uomo «per negligenza, imperizia e imprudenza».
Motivata anche dal parere contenuto dalla relazione stilata dal medico chirurgo Tommaso Esposito. Scrive: «La omessa o ritardata diagnosi ha negato sicuramente ogni approccio terapeutico precoce portando il paziente alla morte con atroci sofferenze».
Una denuncia che arriva dopo un'altra morte sospetta avvenuta in carcere. Quella del 30enne avellinese, C.T., deceduto nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. Dopo essere stato arrestato con l'accusa di rapina, lesioni personali e sequestro di persona ai danni di una 70enne.
Ma soprattutto un episodio che accende l'attenzione sull'assistenza medica che riguarda i detenuti. Nello specifico i penalisti che difendono l'uomo deceduto hanno presentato una richiesta di risarcimento al Ministero della Giustizia. E ricevuto una risposta che invita a rivolgersi all'Asl.
Viene citato un decreto ministeriale del 2008 che sancisce il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. Incluso il trasferimento di risorse, attrezzature, personale. Una passaggio di consegna che, troppo spesso, ha finito però per ledere la qualità dell'assistenza fornita proprio ai detenuti. E generato inevitabili polemiche.
