Così lavoriamo tutti. La soluzione c'è, ma viene ignorata

Meno ore di lavoro e più occupati. Uno studio di De Masi per i 5Stelle. Ignorato da Di Maio

La disoccupazione non è dovuta a una crisi passeggera. Siamo al centro di una rivoluzione epocale, quella digitale. Gli strumenti per superarla. Altrove ci provano, con risultati positivi. Da noi...

 

di Luciano Trapanese

Lavorare tutti, lavorare meno non è solo uno slogan del '77 targato Autonomia Operaia. E' anche una delle tesi più accreditate dagli studiosi per tentare di arginare la disoccupazione ed è il mantra di uno dei consiglieri economici più ascoltati dei 5Stelle, Domenico De Masi, che per il Movimento ha elaborato uno studio (Lavoro 2025), di 300 pagine e che avrebbe dovuto rappresentare la base sulla quale costruire le politiche sul lavoro del nuovo governo.

Il decreto dignità, varato dal ministro Di Maio, va nella direzione opposta e proprio per questo ha suscitato la reazione del sociologo: «Creerà solo nuova disoccupazione».

Lo studio di De Masi – non certo una voce isolata -, imponeva un immediato superamento del jobs act. Non per la semplice questione del precariato (che resta anche con il decreto), ma perché quella riforma è nata già vecchia. E non tiene conto della rivoluzione digitale in corso. Una rivoluzione che procede spedita e incalzante, con effetti dirompenti proprio sul lavoro (con la perdita nei prossimi anni, e solo in Italia, di milioni di posti). 

Da un ministro 5Stelle – con Grillo che continua a ripetere: tra qualche anno non lavorerà nessuno -, ci saremmo dunque aspettati una visione nuova, realistica e in sintonia con il “tutto che cambia” nel mondo del lavoro. Un piano articolato, non certo da realizzare in tempi brevi, ma che imponesse all'Italia passi radicali e nella direzione dell'innovazione. Il decreto prevede invece solo qualche limite alla flessibilità, che però potrebbe non coincidere con la diminuzione del precariato o del lavoro nero. Diciamolo: un pannicello caldo. Piccoli aggiustamenti. Ma così il vento del cambiamento diventa una innocua brezza estiva.

Eppure gli strumenti per andare oltre c'erano. A partire dallo studio firmato De Masi e realizzato per conto del Movimento. Era una solida base teorica per rincorrere – e finalmente – il futuro.

Lo studio ha avuto anche il merito di anticipare soluzioni che sono poi diventate realtà in Germania (riduzione dell'orario di lavoro dei 900mila metalmeccanici: da 35 a 28 ore), in Danimarca, in Olanda. Con esiti molto positivi, non solo sull'occupazione, ma anche sulla produttività. Senza contare il benessere dei lavoratori (il tempo riconquistato: la vera ricchezza). Certo lì la situazione economica è diversa, ma se non si creano almeno i presupposti la forbice tra i Paesi più avanzati e il nostro continuerà a divaricarsi.

Il sociologo parte da una considerazione: «La disoccupazione non è l’effetto di una crisi passeggera. Anzi, è destinata a crescere. Sia per l’effetto di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine. Sia per l’effetto della globalizzazione: non produciamo più nei nostri confini, ma compriamo dove si produce a un costo più basso». Per postulare una prima possibile soluzione: «Bisogna puntare a creare nuovi lavori, cosa che sta già avvenendo con una fantasia infinita spronata dal bisogno. Ma in attesa di questi nuovi lavori, bisogna redistribuire quelli che già esistono. È inutile pretendere il lavoro per i disoccupati se gli occupati fanno straordinari, sono sempre disponibili, anche nel week end e si fermano in ufficio ogni giorno oltre l’orario di lavoro senza essere per questo retribuiti».

Considerazioni simili hanno ormai quasi cento anni. E sono state espresse tra il 1920 e il 1930 dall'economista John Maynard Keynes che, già all'epoca, e di fronte alle innovazioni nei trasporti e nell'industria, immaginava una diminuzione consistente dell'orario di lavoro per evitare la disoccupazione tecnologica. Quella previsione non si è realizzata perché quelle innovazioni hanno fatto crescere a dismisura la produzione e imposto la società dei consumi. Ma non solo, l'economista immaginava una equa crescita della ricchezza. La verità come sappiamo è stata poi molto diversa.

Ora siamo nel mezzo di una rivoluzione più radicale e veloce, quella digitale. E l'intelligenza artificiale divorerà presto molti posti di lavoro, non solo quelli ripetitivi. Impostare delle politiche per quello che accadrà a breve non sarebbe solo saggio, ma indispensabile. La disquisizioni sul lavoro a tempo o indeterminato valgono a stento per l'oggi. Fra qualche anno non avranno senso.

«Bisogna pianificare – ha dichiarato De Masi in una recente intervista su Linkiesta - l’introduzione di un salario minimo e di un reddito di cittadinanza, e creare una piattaforma informatica come Uber che consenta di mettere in connessione domanda e offerta di lavoro».

Ma in Italia più che altrove, è vietato parlare di ridurre l'orario di lavoro per aumentare la platea degli occupati e di far crescere la produttività (tra le più basse d'Europa). Naturalmente integrando tutto questo con il taglio del cuneo fiscale, programmi di formazione e veri, efficienti e strutturati centri per l'impiego. Iniziando subito a imporre nelle nostre scuole gli strumenti necessari per formare ragazzi pronti ad affrontare un mondo in costante evoluzione.

Non è un'impresa facile, anzi. Ma rinunciarci a priori è peggio di un errore.