“A voler smettere di camminare in fila indiana bisogna cominciare a ragionare in cerchio”, recitava pochi anni fa l’attore Ascanio Celestini in un suo celebre monologo. E’ una frase che ben riassume ciò che è stato discusso venerdì scorso durante la presentazione del libro “Manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante” dello psichiatra, di origini irpine Piero Cipriano. La presentazione si è tenuta presso la libreria “L’angolo delle storie” ed è stata ideata del segretario generale Fp Cgil Marco D’Acunto e ha ospitato oltre l’autore, Denise Amerini del comparto Sanità della Fp Cgil, i dirigenti Uosm: Antonio Acerra, Pietro Bianco e Antonio Tomasetti, Antonio Zagari dell’associazione 8 maggio che hanno discusso con passione sul tema “La parola come cura”.
Il libro di Cipriano, indaga, con lo stile del racconto, l’ambiente psichiatrico italiano. Una critica oggettiva sul rapporto farmaco e diagnosi e l’abuso che ne consegue non solo per i pazienti ma per gli stessi psichiatri. Seppur scomparso nella terminologia di settore, nel 1978 con la famosa legge 180 voluta da Franco Basaglia, il manicomio nella nostra società non è mai scomparso. I non luoghi della cura esistono ancora (come dimostra Cipriano nel libro precedente: “La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante”) e sono rinvigoriti da un altro tipo di manicomio, quello chimico appunto. Tutto incentrato sull’interruttore farmaco. Attraverso un viaggio tra ricerche internazionali sull’uso e abuso degli psicofarmaci, incontriamo le voci e le storie di pazienti che lo psichiatra incontra giorno dopo giorno nel suo lavoro. “Manicomio chimico” nasce, dunque da un’urgenza civile e fa emergere le opportunità di valutare trattamenti più appropriati che tengano conto anche dell’anima e della cultura dei pazienti come la presa in carico del disagio familiare e l’avvio di percorsi assistenziali che tengano conto di residenzialità a lungo e breve termine.
Il denso dibattito generato dal libro e dal significato di “cura con la parola” ha fatto emergere spunti interessanti per comprendere la situazione attuale della psichiatria in Irpinia. A margine dell’incontro, ne parliamo con Antonio Acerra, psichiatra e psicoterapeuta , docente di psicoterapia e direttore della Scuola Romana di Psicoterapia Familiare .«La presentazione del libro di Cipriano è stato un momento importante perché per la prima volta i rappresentanti della psichiatria pubblica irpina si sono riuniti per condividere il tema proposto dal dibattito. “ L'uso della parola”come cura è appropriato solo se si “accompagna alla relazione “ e se viene da una formazione. Rappresenta l’aspetto tecnico più qualificante per uno psichiatra , capace di cogliere i significati più profondi della sofferenza, perché la cura è efficace se passa attraverso la condivisione della sofferenza. Come viene sottolineato nel libro anche l’attenzione e il tempo dedicato agli utenti è importante, utenti già penalizzati dal fatto di non poter fruire di tutti i percorsi assistenziali previsti dalla normativa e dal decreto 42 della regione Campania .» chiosa lo psichiatra .
In Irpinia il dipartimento di salute mentale vive aspetti di criticità organizzativa . Si potrebbe definirlo un vero e proprio "manicomio organizzativo" per parafrasare il titolo del libro,dove ci sono operatori forti ma un dipartimento nel complesso debole: pochi i servizi, pochissimi quelli presenti in Alta Irpinia: non sono assicurati né tutti i percorsi assistenziali agli utenti previsti dalla normativa specifica e dal decreto 49 (Sir,sire,centri diurni, posti letto negli Spdc), ne consegue che gli utenti sono sempre più affidati a cure esclusivamente farmacologiche. Dal serrato confronto sono emersi dati riguardanti l’Asl provinciale da cui si evince s che le prestazioni psicoterapeutiche rese agli utenti attraverso la "cura con la parola", e cioè la psicoterapia ,sono solo il 4% del totale.
Nessun operatore presente alla tavola rotonda né i direttori delle unità operative dell’Asl Avellino sembrano aver avuto opportunità di scambio e confronto fino ad oggi: non esiste, infatti, un comitato dipartimentale,seppur previsto dalla normativa , e non sono mai state attuate politiche di salute mentale. Le decisioni gestionali ed organizzative sono state prese nel tempo solo dai direttori generali e dipartimentali (peccato non fosse presente al dibattito il direttore del Dipartimento salute mentale, Emilio Fina, benché il suo nome figurasse tra i relatori, ndr)che si sono succeduti in questi cinque anni. Un dato rilevante fa registrare un calo delle prestazioni che risultano inferiori quelle della ex Asl 1,che contava una popolazione meno della metà dell'asl Avellino. Sempre dai dati Asl,inoltre, si registra una riduzione della spesa complessiva a favore della salute mentale, con un incremento, tuttavia, a favore del privato accreditato.
«Diventa indispensabile» , commenta Acerra: « un intervento sulle politiche organizzative che crei un argine al dilagare di pratiche gestionali che sono lo specchio di un "manicomio culturale" diffuso in tutte le istituzioni della rete territoriale, che consentano di avviare un processo di prevenzione primaria secondaria e terziaria,e diffondere una cultura psichiatrica e psicologica ,che recuperi la "persona " e non solo l'ammalato, attraverso la cura con la parola».«Sarebbe auspicabile - continua Acerra - un coinvolgimento di tutti gli operatori nelle decisioni e l'avvio di un’ immediata risoluzione degli aspetti di criticità attraverso una implementazione delle prestazioni di psicoterapia e l’avvio di processi formativi degli operatori».
Intanto, l’ UOSM di Sant'Angelo dei Lombardi ha attivato un ambulatorio dedicato
alla psicoterapia ad alta specializzazione gratuito per gli utenti del DSM, e l'avvio di percorsi assistenziali virtuosi sia da un punto di vista dei servizi offerti agli utenti come i centri diurni e strutture residenziali; a questo proposito, il dott. Antonio Tomasetti, durante il dibattito ha sottolineato la mancanza di comunità terapeutiche .
I dati e le riflessioni che ne conseguono fanno sempre più impellente l’esigenza di un dipartimento non solo più efficace ma anche più efficiente. Basti pensare alla cronaca di questi giorni: nonostante l’aumento dei suicidi nella nostra provincia mancano iniziative in merito da parte del dipartimento di salute mentale.
Marina Brancato
