Alto Calore, stop dalle ragionerie: rischio Corte dei Conti

I sindaci si sfilano. Anche Biancardi e Gambacorta verso il no al piano

Avellino.  

I pareri negativi dalle ragionerie dei comuni fioccano come regali indigesti. All'Alto Calore la crisi è tutt'altro che risolta. E la madre di tutte le assemblee rischia di trasformarsi in una Caporetto, l'ennesima per il Pd irpino.

Uno dopo l'altro i sindaci si stanno sfilando e, con loro, sarebbero ad un passo dal mollare ogni velleità di ricapitalizzazione anche il presidente della Provincia, Biancardi, e il sindaco di Ariano, Gambacorta.

Con Avellino in una condizione di stallo dovuta al commissariamento, l'idea di mettere mano alle casse comunali è difficile e impervia.

L'ostacolo maggiore al piano Pozzoli sono i tempi, probabilmente messi a fuoco con tanto, troppo ottimismo dallo studio.

Veniamo ai fatti. La ricapitalizzazione, così come vorrebbe essere realizzata, porterebbe i sindaci davanti alla Corte dei Conti a bordo di una linea ad alta velocità. Per questo le ragionerie di tanti comuni, in questi giorni, hanno messo tutto nero su bianco. La massa debitoria di Alto Calore, detto papale papale, è degradata al punto tale da aver reso necessario l'impegno delle riserve. Se un ente mette mano al capitale di sostegno poi non può ricapitalizzare, semplicemente la legge Madia (pensata per tenere a freno la finanza creativa pubblica) non lo permette.

Il privato è un miraggio. Anche la possibilità di aprire le porte a capitale non pubblico in realtà è preclusa. O meglio, passa attraverso la creazione di una new company, una seconda Alto Calore Patrimonio, in cui far confluire le reti e le concessioni. Condizione preliminare minima perché un privato investa. Ma anche qui i tempi sarebbero tiranni: almeno un anno tra perizia sul patrimonio, procedura da attivare in tribunale e scissione in due diverse società. Con la old company che continuerebbe a produrre debiti, il patrimonio risulterebbe via via sensibilmente svalutato, trasciando verso il basso la valutazione delle reti e con l'assottigliarsi delle concessioni, che da uno scenario di tre anni passerebbe a due, o anche meno.

Perché no alla gara. Rimettere in discussione le concessioni Ato Avellino e Benevento significherebbe azzerare l'affidamento in house. Con tempi tecnici lunghissimi (dalle conseguenze di cui prima) e con la aggravante, molto molto reale, che poi alla gara le concessioni Alto Calore prendano altre strade, cioè finiscano ad altri più competitivi.

Lacrime e sangue. L'unica strada seria è quella che l'ex presidente De Stefano avrebbe voluto percorrere i primi mesi del suo mandato e che poi ha lasciato perdere (ahinoi) sconfitto dalle resistenze interne, dai sindacati e dalla resilienza della politica dominante (ahilui, visto che se tutto va gambe all'aria la Corte dei Conti non gliela risparmia nessuno): la stretta sui costi, oggi possibile aprendo un concordato preventivo in Tribunale, trattando con i fornitori di energia il pagamento in quota parte delle esposizioni, ma mettendo mano ad una profondissima ristrutturazione aziendale, abbandonando tutto il personale in esubero ed inutile: centinaia e centinaia di persone che ad Alto Calore non servono.

Questo significa cassa integrazione, Ape social per i più anziani, contratti di solidarietà per chi resta. Insomma, la fine dell'assistenzialismo e dei diritti garantiti a spese di tutti in nome dei soliti noti, con le pesantissime responsabilità da parte dei sindacati, che per anni e anni hanno preferito voltare le spalle a ogni problema, sistematicamente. O non si sarebbero mai raggiunti i 120 milioni di euro di debiti.