Sembra essersi abbattuta una macumba lunga oltre dieci anni sui lavori di realizzazione della Metropolitana leggera ad Avellino tra pali piazzati sui marciapiedi o lambiscono i balconi, mezzi che non partono e tante polemiche per dei lavori progettati nel lontano 1999.
Intanto gli 11 bus elettrici restano fermi nel deposito dell’Air - dopo una breve apparizione in strada, giusto il tempo per essere immatricolati.
Ma se i mezzi restano fermi a muoversi saranno i fili della linea di contatto e i pali dell’illuminazione pubblica che con questi interferiscono. Un’altra grana sui lavori lumaca che hanno scatenato una bufera di polemiche in città, che era diventata una vera e propria tempesta di accuse all’indirizzo della pubblica amministrazione, quando in città ha fatto il suo debutto la cosiddetta e meglio nota selva di pali in ghisa.
A realizzare lo spostamento, che allontana ulteriormente i tempi di partenza del sistema di trasporto a basso impatto ambientale, sarà la ditta Tomasetta di Avellino che agirà in subappalto per conto della FulSystem di Milano per un importo complessivo di circa 60mila euro.
Insomma, ancora non spunta alcuna luce in fondo al tunnel dell’eterna incompiuta.
Nel frattempo gli 11 bus acquistati per un valore complessivo di circa 6,5 milioni di euro sono stati assicurati. A Piazza del Popolo hanno deciso, nei mesi scorsi, di impegnare 14 mila e 600 euro per garantire una copertura assicurativa ai bus che, al momento, si trovano parcheggiati dentro il deposito dell’Air a Torrette di Mercogliano. E non si sa quando potranno attraversare le strade cittadine.
L'opera costata 24 milioni di euro che dovrebbe collegare la città da Valle a Borgo Ferrovia con undici mezzi a basso impatto ambientale, pagati 600mila euro l'uno ma chiusi nel deposito Air da ormai cinque anni, pur essendo praticamente finita dal punto di vista infrastrutturale, non può essere messa in funzione. Da sciogliere infatti resta ancora il nodo della gestione che, a quanto sembra, nessuno vuole considerando i costi alti di formazione del personale prima e di governo dell'opera poi.
I lavori vennero affidati con determina dirigenziale l’1 aprile di 11 anni fa, quando fu aggiudicato in via definitiva l’appalto per la formulazione della progettazione esecutiva, della realizzazione delle opere civili e degli impianti tecnologici e della fornitura del materiale rotabile per questo sistema di trasporto a basso impatto ambientale.
Insomma, un intricato dedalo di parole, per indicare su carta la progettazione della filovia, che dovrebbe circolare sfruttando l’alimentazione elettrica collegata a un centinaio di pali che da Borgo Ferrovia, attraversano la città fino ad arrivare a Valle. Ad aggiudicarsi i lavori fu la associazione temporanea di imprese (Ati) composta da Sirti, Imet e Van Hool (che fornisce i bus). Con l’allora amministrazione comunale guidata da Giuseppe Galasso, l’’Ati sottoscrisse un contratto d’appalto per l’importo netto di 18 milioni 483mila 986,40 euro (comprensivo degli oneri di sicurezza) oltre l’Iva. Mentre i lavori erano in corso, la riformulazione del quadro economico (approvato con delibera di Giunta) nel novembre del 2011 ha fatto salire l’importo finale a 21 milioni 481mila 703,34 euro. Un aumento rispetto al contratto originario di 2 milioni 997mila 716,94 euro.
Cifre da capogiro, conti e spese pubbliche che hanno ulteriormente innescato una serie di polemiche in città su quanto non fatto e quanto da farsi, ancora. Successivamente, la Imet concesse in affitto alla FullSystem il ramo di azienda nella sua unità economica, funzionale e produttiva e tra i beni e i contratti trasferiti sono compresi, appunto, quelli ultimi in appalto per l'eliminazione delle interferenze della pubblica illuminazione alla linea di contatto.
Resta lo schiaffo continuo alla città, ai suoi abitanti per quei pali che sfiorano i balconi della abitazioni e in altri ostruiscono il passaggio sui marciapiedi. Infine, i bus, pagati 600mila euro l’uno, che restano fermi nel deposito dell’Air da 5 anni, con il comune che puntualmente spende più o meno 10mila euro l’anno per assicurarli, mentre l’Azienda di Pianordardine pretende circa 70mila euro come spese per la custodia.
