I piagnistei per il calcio e l'idea buona di Picone: azzerare

La prospettiva è diventare per una intera stagione la barzelletta della serie C

Avellino.  

De Cesare ha mollato calcio e basket quando ha compreso che la politica padronale che l'ha portato dov'è adesso non l'avrebbe potuto aiutare, semplicemente perché non esiste più.

Prima di lui, Taccone ha creduto che le tante furbizie messe in campo negli anni, con la società e i soci, lo tenessero per sempre al riparo da brutte sorprese.

Pur di vedere in campo l'Avellino, ci siamo permessi il lusso di far venire qui da padroni personaggi come Casillo, Aliberti e i fratelli Pugliese.

In una mai abbandonata risipiscenza, abbiamo creduto ai (finti) milioni dei fratelli Carino, i platinati poi rotolati in una brutta storia di espedienti: era il 2008, mica una vita fa.

Ora si parla di un possibile interessamento dell'imprenditore D'Agostino. Con tutto il rispetto, ma dopo la disavventura del tunnel, occorrerebbe un presidente con una marcia in più.

Quando finirà l'ubriacatura di intere estati trascorse nella “preoccupazione” per il futuro delle società sportive, calcio e basket, la città e la provincia dovranno finalmente guardare al deserto di opportunità che offrono ai loro giovani.

Ed è criminale, stupido e barbaro immaginare che tutto si risolva nel garantire, come immagine di una città, uno spettacolo al quale oramai partecipano (nella più affollata delle occasioni) non più di duemila persone.

Del resto, anche un tifoso vero e storico come Ciro Picone alla fine si è risoluto a ritenere unica soluzione valida per uno o due anni un azzeramento totale. Giusto il tempo di allontanare improvvisati, mezzetacche e venditori di fumo e allontanare da Avellino la prospettiva di diventare per una intera stagione la barzelletta della serie C.