Il problema non è quando la Pavoncelli 2 entrerà in funzione: il problema è se Fico, neo presidente della giunta regionale, ne sa qualcosa.
Meglio: il problema è che cosa accadrà alla Campania nel momento in cui entrerà davvero in esercizio, dentro un quadro idrico già compromesso, fragile, strutturalmente sbilanciato. Continuare a parlare di collaudi e tempistiche significa guardare il dito e non la luna. La vera questione è politica: la Regione Campania ha accettato un modello di gestione dell’acqua che espone i suoi territori interni a un rischio sistemico, proprio mentre il cambiamento climatico rende l’acqua una risorsa instabile e sempre meno prevedibile.
L’Accordo interregionale sottoscritto tra la Regione Campania e la Regione Puglia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel 2024, stabilisce con chiarezza un dato che non può essere aggirato: dal bacino idrico campano potranno essere trasferiti fino a 150 milioni di metri cubi d’acqua all’anno verso Puglia e Basilicata attraverso il sistema dell’Acquedotto Pugliese. Tradotto in termini tecnici, significa una portata media equivalente di circa 4.760 litri al secondo. Non un dettaglio marginale, ma un flusso strutturale, paragonabile alla portata di grandi sorgenti appenniniche.
A fronte di questa sottrazione potenziale, la compensazione riconosciuta alla Campania è di 6 centesimi di euro per metro cubo, per un massimo teorico di 9 milioni di euro l’anno. Una cifra che, rapportata al valore strategico dell’acqua, appare simbolica. Non copre i costi indiretti delle emergenze idriche, non restituisce resilienza ai territori, non finanzia una vera autonomia idrica delle aree interne. È un ristoro contabile, non una compensazione territoriale.
Questo quadro sarebbe già problematico in condizioni di normalità. Ma normalità non ce n’è più. Nel 2025 i dati ufficiali del gestore Alto Calore Servizi certificano un fatto incontestabile: le sorgenti di Cassano Irpino registrano una portata di circa 1.610 litri al secondo, oltre 500 litri in meno rispetto al 2024. È un crollo che spiega perché decine di comuni irpini e sanniti vivano già oggi razionamenti, turnazioni, emergenze permanenti. In questo contesto, attivare una nuova grande infrastruttura di trasferimento non è una scelta neutra: è una decisione che redistribuisce il rischio, spostandolo dai territori forti a quelli deboli.
La Pavoncelli 2, infatti, non crea acqua. Serve a rendere più efficiente, continua e affidabile un sistema di derivazione storica dalle sorgenti di Caposele e Cassano. Il vero pericolo non è l’oggi, ma il domani. Quando le annate di magra diventeranno la norma, quando i volumi saranno vincolati da accordi rigidi, quando la pressione politica per garantire la continuità del servizio in Puglia aumenterà, la priorità non sarà più la sicurezza idrica dell’Irpinia, ma la stabilità di un sistema esterno. A quel punto, la galleria non sarà solo un’infrastruttura: sarà un moltiplicatore di vulnerabilità.
A giustificare questo modello viene spesso evocata la diga di Campolattaro. Ma anche qui la narrazione rassicurante non regge. La diga di Campolattaro rappresenta certamente un’opera strategica, capace a regime di mettere a disposizione decine di milioni di metri cubi d’acqua, destinati in larga parte all’uso idropotabile per il Sannio, l’area metropolitana di Napoli e il sistema produttivo. Proprio per questo, però, Campolattaro non è una compensazione della Pavoncelli 2, ma un’ulteriore fonte chiamata a soddisfare nuovi fabbisogni. Usarla come bilanciamento politico significa spingere la Campania verso un modello sempre più dipendente da grandi infrastrutture energivore, sempre meno legato all’autosufficienza delle aree interne.
Il punto, dunque, non è tecnico. È politico. La Regione Campania non ha imposto clausole automatiche di salvaguardia in caso di crisi, non ha subordinato i trasferimenti a indicatori reali di disponibilità locale, non ha costruito una strategia seria di riduzione delle perdite, che restano altissime. Ha accettato un sistema in cui l’acqua percorre chilometri, attraversa gallerie da oltre 160 milioni di euro, consuma energia e genera costi enormi, mentre i territori da cui nasce razionano, arretrano, si spopolano.
Questa non è cooperazione interregionale. È asimmetria strutturale. È l’idea che alcune aree possano continuare a fungere da serbatoi passivi, sacrificabili, in nome di un equilibrio che non le tutela. Quando la Pavoncelli 2 entrerà in esercizio, il problema non sarà il collaudo. Sarà il modello che la sorregge. E chi oggi evita di dirlo, domani non potrà sostenere di non sapere.
